Archivi giornalieri: Aprile 9, 2018

Il digiuno di lunga vita

Mangiare poco, o addirittura digiunare fa vivere più a lungo? Tra esperimenti sui topi e studi sugli uomini, il dibattito va avanti da qualche anno e appassiona i fautori della cosiddetta restrizione calorica. Un nuovo studio, pubblicato su Cell metabolism, racconta i due anni di dieta a ridotto consumo calorico, circa il 15% in meno rispetto all’introito usuale, di una cinquantina di volontari. I risultati, che leggerete domani su Rsalute, sono incoraggianti, e li racconta Luigi Fontana, ordinario di Medicina e nutrizione all’università di Brescia e alla Washington University di St. Louis.

L’obesità dipende dagli stili di vita. Uno studio assolve i geni

AMBIENTE e stile di vita ‘pesano’ di più nello sviluppo dell’obesità rispetto ai geni che ereditiamo. Questa la principale conclusione di uno studio, pubblicato sulla rivista ‘Physiological Measurement’, da un gruppo di ricercatori del Centro della Complessità e i Biosistemi (CC&B) dell’Università di Milano.

L’obesità è un serio problema di salute e un importante fattore di rischio per molte malattie cardiovascolari, soprattutto nei paesi sviluppati, ricordano gli esperti. Alcuni studi ipotizzano che la sua origine possa essere genetica ma, al momento, questa spiegazione sembra essere applicabile solo al 5% dei casi più gravi di obesità. Il contributo genetico, infatti, non consente di spiegare la maggior parte delle variazioni individuali dell’indice di massa corporea. Variazioni che sarebbero quindi da attribuire a fattori ambientali e allo stile di vita delle persone. I dubbi rimangono, però, e l’effettiva importanza del background genetico non è ancora chiara.

“In uno studio precedente avevamo identificato una serie di 38 geni la cui attivazione è correlata con diverse caratteristiche associate all’obesità: infiammazioni, cancro, disturbi della riproduzione e dell’umore”, spiega Francesc Font-Clos, ricercatore al CC&B e autore principale dello studio.”Abbiamo quindi cercato di capire se questa sorta di firma genetica potesse aiutarci a indagare il ruolo che i nostri geni giocano nello sviluppo dell’obesità”.

Font-Clos e i suoi colleghi hanno raffrontato la loro lista di geni con quelle che altri studi hanno associato alle variazioni dell’indice di massa corporea. Il confronto – realizzato grazie a un algoritmo sviluppato in precedenza al CC&B, che consente di aumentare l’efficacia di simili analisi comparative – è stato effettuato su più di 600 campioni provenienti da un database britannico di gemelli. Lo studio di coppie di gemelli con diversi indici di massa corporea, infatti, è un’ottima opportunità per studiare la relazione fra il background genetico e l’obesità.

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I risultati delle analisi hanno rivelato che la firma genetica dell’obesità, identificata in un precedente lavoro, è correlata sia all’indice di massa corporea sia alla massa grassa. In particolare, i ricercatori del CC&B hanno scoperto che nei gemelli monozigoti le differenze nell’attivazione di questa firma genetica non sono dovute al loro genoma, che è identico, ma alle variazioni nella massa corporea. Il che significa che non è il genoma a provocare l’insorgenza dell’obesità ma che è quest’ultima – provocata da fattori ambientali e stili di vita – ad attivare alcuni geni a loro volta implicati in processi come l’infiammazione o i disturbi dell’umore.

ARCHIVIO – Le diete

“I nostri risultati dimostrano che l’ambiente ha un ruolo più importante del genoma nello sviluppo dell’obesità”, commenta Caterina La Porta, docente di patologia generale al Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università di Milano e coordinatrice di questa ricerca. “Non si diventa obesi perché si ereditano alcuni geni sfortunati – conclude l’esperto

–  Non è questione di sfortuna, ma di condizioni che possono essere cambiate. Per questo è importante studiare l’obesità in un contesto più ampio, che includa sia fattori interni che esterni, e le loro interazioni reciproche”

Per l’allenamento la banana è meglio di uno sport-drink

A sostenerlo uno studio pubblicato sulla rivista Plos One. E’ antinfiammatoria e riduce stress muscolare. E soprattutto è naturale

I CARBOIDRATI rappresentano una specie di carburante per gli sportivi, che siano essi veri e propri professionisti o dei semplici amatori: vengono consumati in fretta e arrivano subito ai muscoli, alimentandoli, e riducendo lo stress fisiologico al quale sono sottoposti. Ma se le bevande sportive per decenni hanno rappresentato una fonte quasi indiscussa di tali sostanze alimentari, da qualche anno i ricercatori hanno iniziato a domandarsi se un ritorno all’alimentazione naturale, come la frutta ad esempio, possa rappresentare un’alternativa comunque valida per le esigenze dell’organismo durante l’esercizio fisico. Una ricerca, pubblicata recentemente sulla rivista scientifica Plos One, con tanto di esami del sangue su una ventina di ciclisti per un’analisi più accurata, decreta la banana come l’alimento più ottimale, declassando così le bevande sportive.
• PER LO SPORT SOLO L’ACQUA NON BASTA

I ricercatori hanno chiesto a 20 ciclisti, uomini e donne, di partecipare a un’estenuante corsa in bicicletta di circa 75 chilometri, bevendo solo acqua. L’esperimento è stato ripetuto successivamente per testare gli effetti fisiologici dovuti in un caso all’assunzione delle bevande sportive e nell’altro a quella delle banane, con due settimane di washout tra i vari test. Ogni volta gli esperti hanno prelevato il sangue degli sportivi prima della corsa o dopo (a 0 ore dalla fine dell’esercizio, a tre quarti d’ora, a un’ora e mezza, e ad altri intervalli di tempo, fino a 45 ore dopo). Lo scopo era quello di andare a esaminare le concetranzioni ematiche di alcuni metaboliti – i cui livelli possono cambiare quando si o meno sotto sforzo, indicando dunque se il fisico è stressato – e alcuni marcatori di infiammazione. Dai risultati ottenuti, i ricercatori hanno riscontrato livelli relativamente alti dei marcatori infiammatori, quando i ciclisti bevevano soltanto acqua. Al contrario, i livelli erano più bassi se gli sportivi avevano assunto la bevanda sportiva o la frutta.

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• LA FRUTTA, UN’ALTERNATIVA ALLE BEVANDE SPORTIVE

Ma andando ad analizzare l’attività di alcuni geni, si sono anche accorti che c’erano delle differenze tra gli effetti dovuti all’assunzione di frutta e bevande sportive: nei ciclisti che avevano mangiato soltanto la banana durante la corsa, i ricercatori hanno scoperto che le cellule del loro sangue producevano il precursore dell’enzima Cox-2 in quantità minore (effetto non riscontrato nelle altre due condizioni, acqua o bevande). Questo enzima induce la produzione di prostaglandine, molecole implicate nei processi infiammatori. Insomma, “la banana sembrerebbe funzionare in modo comparabile ai farmaci antinfiammatori (come l’ibuprofene, ad esempio), che entrano in azione inibendo l’enzima Cox-2”, sottolinea David Nieman, autore principale dello studio e direttore dello Human Performance Lab del North Carolina Research Campus di Kannapolis (Usa). Ma restano ancora alcuni interrogativi in merito: ad esempio, come questo frutto riesca a influenzare l’espressione genica delle cellule dopo l’esercizio fisico, oppure quale sia la quantità ideale di tale frutto durante lo sforzo fisico. Perché se è vero che fornisca una quantità di carboidrati paragonabile

alle bevande sportive, l’esperto chiarisce che il frutto ha anche provocato qualche effetto indesiderato (un po’ di gonfiore negli atleti), che va approfondito con altri studi, così come tanto c’è ancora da indagare sugli effetti di altri tipi di frutta.

Runner, come affrontare una corsa di 10 km al meglio

DIETRO qualsiasi gara sportiva, c’è un allenamento al quale ogni atleta si sottopone, fatto di dedizione e preparazione muscolare, che dura anche mesi. Ed è fondamentale tenere a mente una raccomandazione: “Vietato sforzarsi durante la settimana della gara. È necessario, in quei giorni, ridurre il volume e l’intensità degli allenamenti”. Parola della sportiva Sara Galimberti, che quest’anno affiancherà Rio Mare per supportare i runner che prenderanno parte domenica 8 aprile alla EA7 Milano Marathon, la maratona più veloce d’Italia, giunta alla sua XVIII edizione.
SPORT, DALL’ALLENAMENTO ALL’ALIMENTAZIONE
Per tutti coloro che vogliono prepararsi al meglio per la maratona, Rio Mare mette a disposizione dei consigli dell’atleta Galimberti, grazie al nuovo progetto Rio Mare Nutre lo Sport, che promuove un’alimentazione funzionale all’attività sportiva. Nella preparazione di ogni atleta è fondamentale, infatti, non soltanto l’allenamento ma anche il seguire una dieta bilanciata per sostenere l’organismo con un giusto apporto di proteine, carboidrati e vitamine.

Per l’allenamento serale, va bene anche la merenda salata, ad esempio una bruschetta (pane integrale) con formaggio spalmabile light oppure tonno e qualche foglia di basilico. Il giorno prima della gara, un ottimo allenamento può consistere in una corsa lenta di 20 minuti e 10 allunghi da 100 metri, così da preparare i muscoli delle gambe alla maratona. Ricordando che prima dell’allenamento è importante dedicare 10-15 minuti agli esercizi di mobilità che interessano spalle, bacino, ginocchia e caviglie, anche attraverso qualche molleggio sulla punta dei piedi. E dedicare lo stesso periodo di tempo dopo l’allenamento allo stretching, che aiuterà a rilassare i muscoli.

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• PER CHI È ALLE PRIME ARMI
Se si ci affaccia per la prima volta al mondo del running, è necessario iniziare la preparazione qualche mese prima (si tratta di 2-3 mesi antecedenti alla gara), alternare la corsa a una camminata più leggera (ad esempio 2 minuti di corsa e 1 minuto di camminata, per un totale di 40 minuti). Per chi è invece più esperto, l’allenamento può essere basato su esercizi un po’ più impegnativi, 3 volte a settimana. E nel mese che precede la gara, al via lo sprint finale con 3 allenamenti specifici: 10 ripetizioni per 400 mt, a cui far seguire un recupero e una corsa leggera di 200 metri; una corsa di 12 o 14 km di qualche secondo più lenta rispetto alla gara di 10 km; corsa lenta di 16 o 18 km.

Nasce l’Atlante genetico dei tumori, per individuare terapie più precise

Identificate le 10mila anomalie che li scatenano

E’ PRONTO l’Atlante genetico dei tumori: raccoglie l’identikit di 10.000 anomalie genetiche da colpire e permetterà di ottenere cure più precise. E’ un’impresa colossale, pubblicata in 29 articoli su 4 riviste scientifiche, ed è il frutto di 10 anni di ricerche del progetto internazionale Atlante del genoma del cancro, guidato dagli americani del National Institutes of Health (Nih), che lo hanno finanziato con 300 milioni di dollari.

Dopo aver analizzato i dati genomici e molecolari che caratterizzano 33 tipi diversi di cancro, studiati su oltre 10mila pazienti, è stato messo a punto il primo Atlante del cancro e delle mutazioni che possono caratterizzarlo. Ad annunciarlo sono stati i ricercatori che hanno preso parte alla Pan-Cancer Initiative, una mega-collaborazione lanciata nel 2012 con lo scopo di studiare i tumori da una nuova angolazione, quella molecolare. Il Pan-Cancer Atlas è la mappa più completa del cancro creata fino ad ora. E’ il risultato di uno sforzo americano congiunto tra il National Cancer Institute (NCI) e il The National Human Genome Research Institute (NHGRI). I risultati sono stati raccolti in 27 articoli scientifici diversi, pubblicati su numerose riviste, come Cell, Cancer Cell, Cell Reports e Immunity. Le implicazioni sono importantissime e promettono di rivoluzionare l’approccio terapeutico al cancro. La prima importante conclusione raggiunta dai ricercatori è che i tumori che originano da diversi organi possono condividere aspetti comuni a livello molecolare, mentre i tumori che nascono nello stesso tessuto o organo possono avere profili genomici diversi.

Le informazioni ottenute “possono avere implicazioni cliniche reali”, ha detto Josh Stuart, docente dell’Università della Califarnio di Santa Cruz e organizzatore della Pan-Cancer Initiative. “In alcuni casi, si potranno prendere in prestito pratiche cliniche utilizzate per malattie più note e applicarle a tumori per i quali le opzioni di trattamento sono meno ben definite”, ha aggiunto. I ricercatori hanno dimostrato che tutti i 33 tipi di tumore potrebbero essere riclassificati in 28 sottotipi molecolari diversi, in base al loro patrimonio genetico e cellulare e indipendentemente dal loro sito di origine anatomica. Quasi due terzi di questi sottotipi prima erano considerati eterogenei in base alle caratteristiche istologiche e sarebbero stati quindi trattati in modo diverso.

Già in uno studio precedente gli stessi ricercatori avevano dimostrato che, usando le nuove informazioni, un caso di cancro su 10 verrebbe classificato diversamente con implicazioni sia nel trattamento che negli studi clinici. “Piuttosto che l’organo di origine, ora possiamo  utilizzare le caratteristiche molecolari per identificare la cellula di origine del cancro – ha detto Li Ding della Washington University e il principale scienziato del TCGA – .Stiamo osservando quali geni sono ‘attivati’ nel tumore  e questo ci porta a un particolare tipo di cellula. Per esempio, i tumori a cellule squamose possono insorgere a livello polmonare, vescicale, cervicale e alcuni tumori della testa e del collo. Tradizionalmente abbiamo trattato i tumori in queste aree come malattie completamente diverse, ma studiando le loro caratteristiche molecolari, ora sappiamo che questi tumori sono strettamente correlati. I tumori originati, per esempio, nelle cellule epiteliali che rivestono vari organi sono strettamente correlati, indipendentemente dalla loro posizione”.  Inoltre, nel lavoro, i ricercatori hanno identificato circa 300 geni che guidano la crescita del tumore. E hanno scoperto che poco più della metà di tutti i tumori analizzati hanno mutazioni genetiche che potrebbero essere prese di mira da terapie già approvate per l’uso nei pazienti. Gli scienziati hanno anche raccolto importanti informazioni circa le origini delle mutazioni che portano al cancro, che non sono tutte ereditarie.

“Per i 10.000 tumori che abbiamo analizzato, ora sappiamo – in dettaglio – quali sono le mutazioni ereditate responsabili del cancro e quali sono gli errori genetici che si accumulano quando le persone invecchiano, aumentando così il rischio di cancro”, ha detto Ding. Questo atlante potrebbe dare anche un’importante spinta all’immunoterapia, contribuendo a identificare quali tumori – caratterizzati da determinate mutazioni – possono beneficiare dei cosiddetti inibitori del checkpoint, ovvero farmaci che “sbloccano” la risposta del sistema immunitario contro il cancro. Infine, i risultati del lavoro potrebbero essere utilizzati per riesaminare i dati di precedenti studi clinici. Molte volte, una piccola percentuale di pazienti in un dato studio ha risposto bene a una terapia sperimentale, ma molti altri no e i ricercatori non hanno capito il perchè.
Forse un farmaco non è stato approvato a causa di questi risultati contraddittori, ma alcuni pazienti con determinate mutazioni del cancro potrebbero trarne beneficio. Il nuovo atlante potrebbe rimettere in gioco queste terapie.

“E’ una vera e propria rivoluzione per il trattamento del cancro”, commenta il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università Tor Vergata di Roma. “Grazie a questo Atlante abbiamo la carta d’identità dei tumori e possiamo offrire ai pazienti trattamenti personalizzati. I ricercatori sono riusciti a identificare sia le mutazioni “driver”, quelle che conducono la “macchina” del cancro, che quelle “passenger”, che danno una mano al cancro nel suo progredire. Questo – ha detto Novelli – ci mette nelle condizioni di conoscere le strade percorse dal cancro e ci consente di mettere dei blocchi in più punti per fermare il suo cammino”.