Archivi giornalieri: Settembre 6, 2018

Gruppo Ettorre le storia delle ruote arriva fino al fitness

In Italia ci sono oltre 370 aziende che producono Penumatici oltre 17 milioni di gommeogni anno e dà lavoro a più di 6000 persone, chissà se Dunlop John Boyd  uno dei  inventori del copertone pneumatico, da oltre un secolo utilizzato in molti mezzi di locomozione al mondo  l’aveva previsto? Ed ecco allora che viaggiando nel mondo delle grandi aziende troviamo Una delle più grandi e prestigiosa In termini di “qualità”è la Gommeur srl del Gruppo Ettorre, è tra le 10 più importanti produttori di pneumatici in Italia con oltre 200 dipendenti. L’impianto di Notaresco in provincia di Teramo produce oltre mezzo milioni di gomme l’annoGruppo Ettorre

Ma prima di approfondire il discorso facciamo un passo indietro: come nasce il penumatico? O meglio quale è la sua vera storia?

La storia degli pneumatici inizia nella metà dell’800, quando William Thomson brevetta a Londra il supporto di gomma riempito di aria da applicare alle ruote con l’intento di renderne più agevole il rotolamento.

Non c’era molto da agevolare perché l’auto doveva nascere e insieme ad essa anche la bicicletta. Lo sforzo animale al traino di carri e diligenze d’altro canto non era così contemplato nella sensibilità umana. Thomson morirà nel 1873, possessore fin allora dell’unica carrozza circolante dotata di pneumatici alle ruote.

Ignaro del brevetto già depositato, lo scozzese Dunlop lavorò alla stessa invenzione seppur arrivò secondo a brevettare la ruota pneumatica in gomma. Fu sottolineata la sua correttezza e dignità nel riconoscere la “sconfitta”.

In principio la gomma utilizzata era lattice estratto dal tronco del “Hevea Brasilianes”, un albero che si trova in Brasile. Una volta scaldato, poteva essere lavorato facendogli assumere qualsiasi forma (anche circolare) che avrebbe poi mantenuto a seguito del raffreddamento. Il problema era che il caldo estivo ne provocava di nuovo lo scioglimento mentre il freddo invernale lo cristallizzava sgretolandolo.

Gli inventori si dividono in due categorie. Quelli che sono talmente geniali da precorrere troppo i tempi, così da inventare accorgimenti o strumenti di cui nessuno sa cosa fare, nessuna industria se ne accorge e il brevetto ingiallisce nei cassetti degli archivi. Quelli che invece inventano qualcosa sull’onda di una necessità o bisogno concreto, e sono abili anche a suscitare l’entusiasmo degli industriali che nel giro di poco impongono sul mercato i loro ritrovati. Non si può fare una classifica del genio, anche se talvolta la sorte di alcuni precursori dimenticati dal mondo, e magari morti in miseria, colpisce più di altri baciati dalla fortuna e dal successo.

Quando lo scozzese Robert William Thomson depositò la propria invenzione all’Ufficio Brevetti di Londra il 10 giugno 1846 (“Applicazione di supporti elastici intorno alle ruote di veicoli, allo scopo di diminuire lo sforzo necessario a trainarli, rendere il loro movimento più facile e attutire il rumore che fanno quando si muovono”), nessuno gridò al miracolo, per la semplice ragione che i “veicoli” a cui si sarebbe potuto applicare la geniale invenzione (bicicletta ed automobile) non erano stati a loro volta ancora inventati!

Tornando ai giorni nostri o meglio a noi il Gruppo Ettorre riceve negli anni diversi riconoscimento come costruttore. Fondata nel 1989 Francesco Massi ed Evelina Ettorre, oggi viene rappresentata dal figlio Enrico Massi Direttore Generale  – Gommeur Italia Srl, Oggi l’azienda si pone tra le aziende leader in Italia nella produzione e commercializzazione di pneumatici e prodotti in gomma.

Anche nel Fitness  la nuova moda made in Colombia, grosso modo, è questa: sfruttare le montagne di ruote di camion che vengono gettate via ogni anno per farsi un corpo da urlo come tradizione sudamericana comanda. Se la sono inventata i ragazze e le ragazzi di Medellín, città del dipartimento di Antioquia, nel nord del Paese. Così, un po’ per amor del riciclo (al governo locale c’è il Partido Verde), un po’ perché di necessità virtù (la Colombia registra uno dei tassi di crescita migliori tra i Paesi dell’America Latina, ma la povertà è ancora assai diffusa tra la popolazione), torme di ragazzi invadono le strade della città e i sentieri nella vicina foresta passando il tempo libero tempestando di botte le gomme dei camion.

Ecco allora come una Nata per non far rumore, non fece, al suo esordio, nemmeno sentire il clamore che poi avrebbe avuto negli anni a seguire. Parliamo della “ruota aerea”, un’invenzione che cambierà il modo di muoversi (come in qualche modo l’ha cambiato l’evoluzione dei fanali).

Il migliore sport per una vita più lunga? Il tennis

A sostenerlo uno studio epidemiologico danese, secondo il quale le persone che giocano a questo sport hanno 9,7 anni di aspettativa di vita in più rispetto ai sedentari. Positivo anche il bilancio dei giocatori con 5 anni in più

SPORT di squadra o da fare da soli? Una bella partita a tennis o un’ora di corsa senza interagire con nessuno? Meglio scegliere un’attività che ci fa anche socializzare. È quanto sostiene un nuovo studio epidemiologico su uomini e donne danesi: gli adulti che hanno affermato di giocare frequentemente a tennis o di partecipare, comunque, a sport di squadra hanno vissuto più a lungo rispetto alle persone sedentarie. E anche più a lungo di coloro che, invece, hanno praticato attività sì salutari, ma spesso solitarie, come il nuoto, il ciclismo o la semplice corsa.

Le interazioni sociali potrebbero avere, dunque, un ruolo determinante e aumentare i benefici dell’attività fisica. Nessuno ha dubbi sul fatto che l’attività fisica possa migliorare la nostra salute e farci vivere più a lungo; diversi studi, infatti, hanno individuato il legame tra esercizio fisico regolare e durata della vita. Ma ci sono alcune attività migliori di altre?

• LO STUDIO
Già secondo un precedente studio su oltre 80.000 uomini e donne britannici, coloro che avevano praticato sport di racchetta tendevano a sopravvivere rispetto a chi correva. È stato proprio questo risultato ad attirare l’attenzione di un gruppo internazionale di scienziati che aveva già esaminato la relazione tra jogging e longevità. Nel nuovo studio – pubblicato di recente su Mayo Clinic Proceedings – i ricercatori hanno deciso di ampliare la loro indagine includendo diversi sport. Obiettivo? Osservare le eventuali relazioni con la vita o la morte prematura. I partecipanti avevano tutti eseguito esami di salute e risposto a lunghi questionari sul loro stile di vita per capire se e quanto spesso avevano preso parte a diversi sport comuni in Danimarca, tra cui ciclismo, nuoto, corsa, tennis, calcio e, forse inaspettatamente, badminton.

I dati sono stati tratti dal Copenhagen City Heart Study, un tentativo ambizioso e continuo di tracciare la vita e la salute di migliaia di uomini e donne a Copenaghen. In particolare, i ricercatori si sono concentrati su 8600 partecipanti che avevano fatto parte dello studio per circa 25 anni. Hanno controllato il registro nazionale dei decessi per vedere se e quando una di queste persone fosse morta. Il passo successivo è stato osservare le loro attività fisiche e la durata delle loro vite.

• IL RISULTATO
Il risultato è stato alquanto curioso: andare in bicicletta e correre sono attività che allungano sì gli anni di vita, ma in modo nettamente inferiore rispetto a tennis, badminton e calcio. Con il ciclismo si acquistano in media 3,7 anni in più di vita, con la corsa 3,2. Mai niente batte il tennis: unico sport in grado di regalare 9,7 anni di vita in più. Segue il badminton con 6,2 anni in più e il calcio che ha aggiunto quasi 5 anni alle vite dei giocatori.

Queste associazioni sono rimaste invariate indipendentemente dall’istruzione, dallo stato socioeconomico e dall’età delle persone. “Da questo tipo di studio osservazionale – dice James O’Keefe, coautore dello studio e direttore della cardiologia preventiva presso il Mid America Heart Institute al San Luca’s Health Center a Kansas City – non è possibile sapere perché e come alcuni sport potrebbero allungare la vita delle persone”. Sicuramente, anche il reddito e altri aspetti dello stile di vita delle persone sono importanti. I ricercatori hanno cercato di spiegare i fattori socioeconomici, concludendo che “è possibile che le persone che hanno danaro e tempo libero per giocare a tennis vivano più a lungo proprio perché hanno abbastanza soldi e tempo libero e non perché giocano a tennis”.

L’ipotesi più forte è comunque quella che considera fondamentale l’aspetto sociale degli sport di racchetta, come il tennis, e degli altri sport di squadra. “Sappiamo, infatti, da altre ricerche – continua O’Keefe – che il supporto sociale contribuisce alla diminuzione dello stress”. Stare con altre persone, giocare e interagire, proprio come avviene nei giochi di squadra, ha probabilmente effetti psicologici e fisiologici unici. Forse amplificando addirittura i benefici dell’esercizio fisico. Ipotesi che sicuramente necessita di una verifica con ulteriori studi. Nel frattempo cosa fare? “Per ora, le persone che corrono o viaggiano da sole potrebbero prendere in considerazione la possibilità di trovare un gruppo o un partner con cui allenarsi”, suggerisce il dottor O’Keefe.

Fitness, ascoltare musica durante l’allenamento riduce la fatica

NON è solo un modo per ingannare il tempo mentre si corre. Ascoltare musica, quando ci si allena, può aiutarci a sentire meno la fatica. Parola di scienziati della Brunel University di Londra che hanno testato gli effetti della musica con uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Psychophysiology. I ricercatori hanno verificato che l’ascolto della canzone di Marvin Gaye “I Heard It Through The Grapevine” mentre si allenavano, ha provocato nei partecipanti allo studio stimoli in una regione del cervello associata ad una diminuzione della fatica. I partecipanti hanno anche riferito di aver avuto la sensazione che gli allenamenti fossero più brevi e più stimolanti mentre ascoltavano la canzone di 11 minuti, l’unica usata nello studio.

“Già altri studi avevano dimostrato che la musica può avere un ruolo-chiave quando si fa attività fisica – spiega Maurizio Bertollo, docente di Metodi e didattiche delle attività motorie presso l’Università di Chieti e membro sia dell’Associazione Italiana di Psicologia dello Sport e dell’Esercizio (Aips) che della Federazione europea di psicologia dello sport (Fepsac). Il merito di quest’ultima ricerca è quello di aver definito in maniera chiara e precisa il tempo di esecuzione della musica. I ricercatori, infatti, hanno scelto un unico brano che ha un ritmo di 120 battiti al minuto e hanno cercato di capire come influenza la prestazione dell’allenamento. Misurando la modificazione del livello di ossigenazione del sangue nel cervello, i ricercatori hanno appurato che la musica attiva il lobo frontale inferiore, un’area del cervello deputata all’integrazione delle informazioni sensoriali esterne, come quelle che arrivano dai muscoli tra cui anche le informazioni sull’affaticamento”.

Chili di troppo? Colpevoli i grassi, non i carboidrati

Secondo lo studio della Chinese Academy of Sciences gli zuccheri avrebbero un impatto minore sull’aumento di peso: la spiegazione sarebbe nella maggiore stimolazione di centri cerebrali della ricompensa, che spingerebbero a mangiare di più

BURRO o zucchero, cosa fa più ingrassare? A porsi questa domanda è stato un team di ricerca guidato dalla Chinese Academy of Sciences, a Pechino, che ha studiato il sovrappeso e l’obesità – un problema di salute pubblica che colpisce ben un italiano su tre – analizzando su modello animale il ruolo deicarboidrati, in questo caso gli zuccheri, e dei grassi. Secondo l’indagine, nel topo una dieta molto ricca in grassi, fino al 60% della composizione totale, aumenta la quantità di massa grassa e peso corporeo, un fenomeno che non avviene quando l’alimentazione è fondata soprattutto sui carboidrati. I risultatisu Cell Metabolism.

 

• LO STUDIO 
Lo studio ha incluso 30 diversi regimi che variano nel contenuto di grassi, proteine e carboidrati, i tre macronutrienti che compongono la nostra alimentazione. Fra i carboidrati, l’analisi ha riguardato soprattutto il saccarosio, il comune zucchero. La dieta è stata seguita dai topi per tre mesi, un periodo di tempo che corrisponderebbe circa a 9 anni per un essere umano. In totale, sono state effettuate più di 100mila misurazioni sul peso corporeo degli animali, mentre la loro massa grassa è stata valutata tramite risonanza magnetica.

 

In base ai risultati, ciò che fa aumentare l’adipe, ovvero il grasso sottocutaneo, sono i lipidi, mentre i carboidrati (circa il 30% delle calorie proveniva da saccarosio) non hanno mostrato alcun effetto e non hanno accresciuto la massa adiposa. Questo risultato è abbastanza sorprendente, secondo gli autori, dato che le linee guida internazionali raccomandano di assumere zuccheri nella dieta al massimo per il 10%, mentre secondo la ricerca corrente se si assumessero zuccheri fino al 30% della composizione dell’alimentazione giornaliera, questo non avrebbe effetti sulla massa grassa e sulla fame (ma forse sul metabolismo complessivo sì). Il risultato presenta comunque dei limiti, come riconosciuto dagli stessi autori, dato che è stato svolto su topi.

Le ragioni di questo risultato, proseguono i ricercatori, sono da rintracciare nel funzionamento del cervello. Secondo gli autori, stando ai risultati della risonanza magnetica, un’alimentazione molto ricca di lipidi (fino al 60% della composizione totale della dieta) fa ingrassare il topo perché stimola i centri cerebrali della ricompensa, causando l’aumento del consumo di questi alimenti e una maggiore assunzione di calorie. Alcuni percorsi cerebrali, simili a vere e proprie strade, ma fatti di cellule, si sono attivati maggiormente, come si legge nello studio: ad esempio quello della dopamina nella regione cerebrale dell’ipotalamo. Così l’animale continua a mangiare e supera il suo fabbisogno energetico, ingrassando.

• LA SAZIETÀ È COMPLESSA
Insomma, sono i grassi a far ingrassare? “L’articolo è interessante – spiega Filippo Rossi, ricercatore della facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – il risultato viene motivato con il fatto che i lipidi sembrano stimolare maggiormente, nel topo, i centri cerebrali del piacere olfattivo/gustativo: questo elemento spingerebbe l’animale ad avere più fame e a mangiare di più, superando così le ‘colonne d’Ercole’ del suo fabbisogno energetico. Ma da questo studio non si può trarre la conclusione che i carboidrati non facciano ingrassare”.

Inoltre, prosegue l’esperto, ci sono diverse evidenze opposte. “Sono stati pubblicati vari studi – sottolinea Rossi – che mostrano che i carboidrati ad alto indice glicemico favoriscono la fame e l’assunzione di calorie. Altre ricerche, condotte sia sull’uomo che sugli animali, indicano che un maggior potere saziante derivi dalle proteine più che dai carboidrati e dai lipidi”.

L’appetito è regolato sia chimicamente sia fisicamente prosegue Rossi, e la componente fisica è rappresentata dalle dimensioni dell’alimento, per cui cibi a bassa densità energetica, ma molto voluminosi, come frutta e verdura, hanno un buon potere saziante. “Invece, la parte chimica della fame è regolata da un insieme di fattori, che si sostengono e si influenzano fra loro – aggiunge l’esperto – in passato, si dava importanza solo ad alcuni ormoni digestivi, come la colecistochinina Cck e poi all’insulina. Adesso si è scoperto che la stimolazione dei recettori del piacere alimentare ha un ruolo importante. Oggi, questa prova, su modello animale, sottolinea l’importanza dei lipidi, ma la situazione è sicuramente molto complessa e non si può dedurre che aumentare lo zucchero faccia bene o sia una soluzione, se non altro perché il diabete sarebbe dietro l’angolo”.

• COSA FA INGRASSARE 
Ciò che fa ingrassare è l’eccesso di calorie, concordano gli esperti, dunque un maggiore ingresso di energia rispetto a quanto ne viene spesa, il tutto in base al proprio fabbisogno energetico. Mentre in generale un pasto iperlipidico – che non deve diventare la norma – riduce il picco glicemico, come spiega Ilenia Ventura, biologo nutrizionista, calmando la fame più di un pasto a base di carboidrati complessi e zuccheri. Per questo, secondo l’esperta, lo studio su Cell Metabolism è in controtendenza rispetto al trend di ricerca attuale, che sta rivalutando i grassi, soprattutto quelli sani.

“Circa il 25-30% delle calorie giornaliere deve arrivare dai lipidi – spiega Ventura – di cui due terzi da quelli monoinsaturi (quelli dell’olio d’oliva) e polinsaturi (come gli omega 3), mentre circa un terzo da grassi saturi”. I grassi meno buoni, anche per la salute cardiovascolare, sono quelli trans, contenuti in vari prodotti industriali, come merendine, biscotti o altri alimenti elaborati, per i quali non bisogna eccedere nel consumo. Ciò che più fa male, conclude Ventura, non è il grasso sottocute, ma quello viscerale, che è distribuito negli organi interni e che è stato maggiormente correlato con il rischio cardiovascolare.