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Il ghiaccio vi fa giovani e belli

In Francia si sta diffondendo l’ozonoterapia. Anche Carla Bruni si è mostrata su Instagram immersa in una nuvola di azoto fino al collo

di AGNESE FERRARA

Con l’arrivo della stagione più calda dell’anno, i rimedi per una pelle giovane e soda arrivano dal freddo e la cosmesi glaciale contagia tutta Europa. A Parigi le signore fanno la fila alle Spa per aggiudicarsi un “crio-bagno” all’azoto rassodante e snellente, dimostrando una notevole dose di coraggio (la temperatura scende a meno 150 gradi centigradi di media ma può avvicinarsi anche a meno 200) e in città i centri dotati di docce all’azoto aumentano del 20 per cento all’anno, come riporta il quotidiano Le Monde. Un successo tale che nei giorni scorsi anche l’ex Premiére dame di Francia, Carla Bruni, si è mostrata su Instagram immersa in una nuvola di azoto fino al collo commentando “Meno 150 gradi il lunedì, così mi rimetto a nuovo per la settimana”. Anche in Italia cresce il numero delle Spa dotate di vasche di ghiaccio “grezzo” a scopo drenante o delle più trendy crio-docce, se ne trovano anche negli hotel dotati di Spa e nelle cliniche-benessere dislocate nelle campagne e nelle località marine della penisola, anche se nei confronti di queste ultime i medici esprimono delle perplessità sulla loro reale efficacia dimagrante.
Prima ancora dei bagni nell’azoto, la “criolipolisi” sfrutta il freddo per congelare piccole aree di pelle. Spiega Emanuele Bartoletti, Presidente della Società italiana di medicina estetica: «Usato sotto controllo medico, il metodo attenua l’accumulo di grasso perché il freddo, a zero gradi centigradi, cristallizza le cellule adipose e ne favorisce il riassorbimento».
Al freddo si ispirano anche molti cosmetici di stagione, ringiovanenti, rassodanti e anti-fatica, come analizzato dai ricercatori riuniti recentemente a Londra in occasione dell’In-Cosmetics, la fiera dell’innovazione cosmetica mondiale. Qui sono stati presentati i nuovi ingredienti ricavati da erbe e alghe rosse che crescono in cima ai monti solo in inverno o sui ghiacciai. Sostanze naturali fresche, come menta, mentolo e centella asiatica, sono invece ingredienti comuni a creme e fanghi drenanti perché danno una sensazione immediata di gelo e alla pelle.E se l’acqua risulta essere l’ingrediente più usato nei cosmetici (il termine ‘aqua’ occupa sovente il primo o il secondo posto nell’elenco INCI degli ingredienti impressi sulle etichette), aumenta il numero dei prodotti beauty che contengono quella pura, raccolta freddissima da sorgenti montane che superano i 3.000 metri di altitudine. Così le acque di montagna sono la base per gelatine, creme-sorbetto e spray rinfrescanti da passare sulla pelle secca e provata dai raggi solari estivi.
Utili contro occhiaie, borse e sguardo affaticato, infine, le maschere gelate. Da freddare in freezer, sono già sagomate per gli occhi e le più nuove sono invece a forma di ghiacciolo (identiche ai gelati). Si strofinano sul viso fino al completo scioglimento e si massaggiano a lungo.

Più in forma con la cronobiologia

Fai la cosa giusta al momento giusto. Dieta, sport, sonno: se si entra in sintonia con il proprio orologio interno si vive megliodi SILVIA LUPERINI

Questione di luce. E di ritmo. Se si segue quello giusto si può rientrare in sintonia con il proprio orologio interno e stare meglio. Riposizionare le lancette, come hanno dimostrato moltissimi studi recenti, può portare a enormi benefici nella dieta, nello sport, nel sonno e persino nell’efficacia dei vaccini. Basta imparare che c’è un momento ideale per ogni nostra attività. «L’alternanza luce/buio veglio/sonno è percepita già dal feto. Avere consapevolezza dei nostri ritmi innati si ripercuote nello stile di vita», dice il neurologo Paolo Zolo. A regolare il ticchettio del nostro orologio biologico interno «è un gruppo di cellule cerebrali situato nell’ipotalamo che riceve informazioni sulla luce attraverso la retina e, lavorando su un ciclo di 24 ore, adatta i ritmi biologici del nostro corpo a quelli imposti dal susseguirsi di giorno e notte. Queste informazioni – spiega Zolo – hanno ricadute a cascata sugli orologi interni degli altri organi, come quelli che governano l’attività del cuore, del fegato, delle cellule, le secrezioni dello stomaco e dell’intestino»

Il libro “I segreti della cronobiologia” (Sperling&Kupfer) di Marie Borrel aiuta ad orientarsi. La pelle, per esempio, è più attiva di notte. «Aumenta la microcircolazione sanguigna e la moltiplicazione delle cellule e la loro riparazione è tre- quattro volte superiore rispetto al giorno», scrive Borrel. Dopo il calar del sole, l’epidermide è anche più permeabile. Ecco perché, prima di andare a letto, il peeling che aiuta ad eliminare le cellule morte in eccesso e i trattamenti cosmetici nutrienti sono più efficaci al contrario del giorno, più adatto alle creme idratanti. E per l’attività fisica? Al risveglio aumentano le dosi del cortisolo e per il cuore è un momento critico, è preferibile puntare su discipline soft. Se si vuole sfruttare la pausa pranzo per muoversi un po’, ci si accontenta di una mezz’ora senza forzare, camminando o in bicicletta, ma se si cerca uno sforzo più intenso, il tardo pomeriggio è il più indicato. Via libera a sport di squadra, squash, tennis. Se si fa ginnastica dopo cena, la temperatura risale e si fa più fatica ad addormentarsi.

Dopo la pausa pranzo, venti minuti di siesta sono un toccasana soprattutto per chi lavora. L’hanno capito bene i cinesi per i quali è un diritto nazionale e le aziende giapponesi che sempre più spesso offrono stanze del sonno ai loro dipendenti per aumentare la produttività. Una serie di ricerche recenti hanno mostrato anche che i ritmi circadiani influenzano il metabolismo, il modo in cui immagazziniamo e consumiamo le calorie e come bruciamo gli zuccheri attraverso l’insulina. La cronodietetica consiglia una colazione abbondante con pane e proteine animali (uova, prosciutto, formaggio o salmone), un pasto abbondante a base di proteine, mezza ciotola di carboidrati , verdure cotte e crude. La merenda dovrà essere piacevole e saziante: frutta secca, due quadretti di cioccolata fondente e un frutto. Va evitata la cena abbondante preferendo poche proteine (petto di pollo, pesce bianco poco conditi), verdure verdi crude o cotte e uno yogurt senza zucchero come dessert.

Siamo tutti Flexitariani?

Aumenta il numero di chi, ad una rigida alimentazione vegetariana, preferisce uno stile misto che non esclude un piatto di carne. Sempre però guardando al benessere delle persone. E alla salute del Pianeta

di IRENE MARIA SCALISE

Si chiama Flexitarianesimo ed è il nuovo stile di vita per un italiano su tre. Di cosa si tratta? Un regime alimentare “misto” che permette di abbinare alle proteine vegetali anche le proteine animali. Una vera e propria rivoluzione rispetto alle molte rigidità sul tema: c’è infatti la possibilità di variare la propria alimentazione con gusti diversi ma  salvaguardando il benessere. Tra i precursori Paul McCartney che, da anni, porta avanti il progetto “Meat fre Monday” che propone un’alimentazione sostenibile tra chi fatica a rinunciare alla carne. Madrina del movimento Flexitarian è poi l’attrice Gwyneth Paltrow.

E’ possibile essere Flexitariani a diversi livelli: si parte dal livello principiante, che vede la rinuncia alla carne per 1-2 giorni alla settimana, passando per il livello intermedio, che prevede la rinuncia per 2-3 giorni alla settimana fino ad arrivare al livello esperto che vede 5 o più giorni di rinuncia. In Italia, secondo una ricerca del Garden Gourmet Flexitarian Hub, l’osservatorio sul mondo dei flexitariani, (condotta su circa 2500 italiani tra uomini e donne con metodologia WOA – Web Opinion Analysis) il 41% punta a variare la propria alimentazione con gusti diversi, il 24% vorrebbe preservare l’ambiente, il 37% non vuole trascurare la salute.  E sono in molti, tra i nutrizionisti, ad appoggiare la corrente. “L’alimentazione flexitariana è la vera dieta, quella che l’ecosistema ricerca. Possiamo dire che è la dieta della sostenibilità biologica – spiega Lucia Bacciottini, biologa nutrizionista, specialista in Scienze dell’alimentazione ed autrice del libro Flexitarian Diet – è una dieta vegetariana flessibile perché prevede la possibilità di inserire delle proteine animali alcune volte alla settimana. La base di questa alimentazione sono i vegetali, suddivisi in: ortaggi, cereali, legumi e semi. I legumi sono i protagonisti dell’apporto proteico, passando dai piselli alle fave, fino ai fagioli, ai ceci e alle lenticchie”.

Ad adeguarsi al Flexitarianesimo, oggi, sono il 56% delle donne. Ma anche il 41% degli uomini lo guarda con simpatia. Il 29% dei praticanti ha tra i 40 e i 50 anni, mentre un buon 14% è composto da giovani tra i 20 e i 30 anni. Che tipo di piatti scelgono esattamente?  Generalmente si tratta dei piatti tipici della cucina vegetariana, con l’aggiunta di qualche pasto di carne. Le ricette sono trovate online (28%), in libri specializzati (22%) o su delle app (16%) come Ivegetariano, It is vegan e I’m hungry. Anche al ristorante è sempre più semplice mangiare green. A Londra è molto diffusa la catena di fast food vegetariana Veggie Pret. E se a Parigi lo chef Valerian prepara quotidianamente hamburger vegetariani, in Italia c’è il ristorante Joia delle chef Pietro Leman che si è meritato la prima stella Michelin del settore.

La bellezza di essere sani

Mai più Oblomov. Sempre più italiani passano il loro tempo libero tra palestre, piscine e centri estetici. Una ricerca fotografa le manie salutiste che, a sorpresa, sono anche al maschile

di IRENE MARIA SCALISE

La grande bellezza? Essere sani e, perché no, anche belli. O perlomeno tonici. Gli italiani si scoprono popolo di salutisti.Addio ai tanti Oblomov mollementi adagiati sul divano: la giornata sembra fatta per sudare. Sempre più persone sono attente al proprio benessere e si barcamenano tra sport, fitness e trattamenti estetici. Una fotografia che arriva dall’ultima edizione dell’Osservatorio Compass, secondo il quale oltre il 40% degli intervistati ha incrementato il tempo libero dedicato alla cura di sé rispetto all’anno precedente. In particolare, per il 55%, sport e fitness salgono sul podio delle attività predilette nelle ore di libertà. Una mania, quella salutista, che s’impenna addirittura del 70% nei pressi delle vacanze (73% donne e 49% uomini).

Vediamo dunque nel dettaglio cosa (e quanto) fanno gli italiani per accrescere la loro incontenibile “tendenza benessere”. Il 55% dedica il loro tempo libero e allo sport e al fitness.  Il 71% si reca in palestra, piscina o alla scuola di yoga dalle due alle tre volte alla settimana, tra gli sportivi il 51% monitorizzano i propri progressi o creano un piano di allenamento grazie ai nuovissimi strumenti tecnologici: il 26% usano delle app dedicate e il 23% scelgono dispositivi da indossare. Ed anche i vari rituali estetici sono seguiti da un discreto numero di italiani: la media di chi passa il proprio tempo libero tra massaggi e relax, sale dal 37% al 60%. La sorpresa è che sempre più uomini hanno in agenda il numero di un estetista: 49%.

Quali sono le città più healthy? Roma caput mundi, con 10.789 imprese e aziende che si occupano della cura della persona, seguita da Milano con 8.351 e Napoli con 6.220. A spingere la crescita negli ultimi cinque anni sono i servizi di manicure e pedicure (+45,7%), gli istituti di bellezza (+15,5%), le palestre (+11,9%) e i centri per il benessere fisico (+11,8%). Non solo. Secondo i dati di Unioncamere-Infocamere, nel secondo trimestre del 2017 ben 153.274 imprese si sono registrate nel settore del benessere e fitness in Italia, in crescita del +4% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Tutti i vantaggi della bellezza a domicilio

La “spa on demand” è sempre più diffusa Ma fate attenzione alla professionalità

di IRMA D’ARIA

Dopo una lunga giornata di lavoro. Dopo il traffico della città, le telefonate e le mail che non finiscono mai ci vorrebbe proprio un bel massaggio decontratturante per spazzare via tutto lo stress. Ma se solo l’idea di dover andare in un centro estetico e girare a lungo prima di trovare parcheggio ci mette l’ansia, allora la soluzione migliore è la Spa “on demand”, ovvero il massaggio a casa propria. Con più di un vantaggio: niente traffico, niente problemi di parcheggio, niente attese. Insomma, più relax con l’ulteriore benefit che a trattamento finito siamo già a casa e possiamo conservare più a lungo l’effetto del massaggio. Sarà forse per tutti questi motivi che – dopo gli Stati Uniti – anche in Europa e in Italia si stanno diffondendo sempre più i trattamenti a domicilio anche attraverso il lancio di App che offrono tanti servizi e non solo a casa, ma anche in ufficio o in albergo. Un trend che si basa anche sul fatto che tutti ci muoviamo di meno e tendiamo a portare a casa il servizio comprando tutto online. Ma è solo una questione di praticità o c’è dell’altro? «La società in cui viviamo», spiega Giuseppe Polipo, presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia Estetica «è sempre più veloce, ma il contatto umano è un bisogno fondamentale delle persone che vogliono sentirsi ascoltate e coccolate, cosa che difficilmente può avvenire in un centro estetico». A casa, invece, lo spazio è più raccolto. «Il rapporto con l’operatrice estetica», prosegue lo psicologo «è più intimo perché è pienamente dedicata alla persona e non è distratta da altre clienti o dal telefono che squilla». E poi tutti si sentono a proprio agio, si supera più facilmente l’eventuale imbarazzo a spogliarsi e diventa più facile staccare la spina e godersi il trattamento.

A domicilio si può fare di tutto: non solo vari tipi di massaggio, ma anche trattamenti per il viso, colore, taglio e messa in piega dei capelli, pedicure e manicure. «I trattamenti per i quali la casa è perfetta sono tutti i massaggi che inducono relax e anche quelli che richiedono tempi di posa lunghi come le maschere» spiega Tommaso Luparia, fondatore della prima App che ha lanciato la Spa on demand in Italia. Certo è importante anche preparare con cura l’ambiente: «Quando arriva una prenotazione consigliamo di scegliere una stanza della casa in cui la temperatura non sia troppo alta, che non sia vicino alla cucina ma in una zona silenziosa e che ci sia anche qualche candela o la musica preferita» prosegue Luparia. Gli operatori poi arrivano con un kit completo di tutto ciò che serve per il trattamento scelto: «Devono indossare la divisa e utilizzare materiali monouso per una questione di igiene e prima di iniziare la cliente spiegherà quali sono le sue esigenze. Così potrà personalizzare l’olio-base utilizzato per il massaggio con le sue essenze preferite, scegliendo tra ginger, ylang ylang, ginger e eucalipto». Resta da capire come fare, però, ad evitare di cadere nelle mani sbagliate specie perché si tratta di far entrare qualcuno direttamente a casa nostra. «La legge 1/90 sugli operatori estetici», spiega Andrea Bovero, presidente del Comitato internazionale di Estetica e Cosmetologia (Cidesco) «stabilisce i requisiti che devono avere questi professionisti, la formazione obbligatoria ed anche il fatto che devono svolgere la loro attività all’interno di un esercizio commerciale regolarmente iscritto alla Camera di Commercio. Quando l’estetista viene a casa è molto più difficile fare queste verifiche». Insomma, prima di aprire la porta a un operatore estetico, meglio chiedere quali sono le sue competenze e se ha una struttura alle spalle.

Creme e fondotinta, il nuovo maschio scopre la bellezza

Una ricerca europea: gli uomini sono sempre più interessati allo skincaredi AGNESE FERRARA

Non è solo Emmanuel Macron a spendere in trattamenti di bellezza. Certo i conti in tasca al presidente più giovane della repubblica francese fatti dal quotidiano Le Point sono rimbalzati su tutti i giornali del mondo: 26.000 euro volatilizzati in poco tempo per trucco e parrucco. Ma gli uomini sono cambiati, non trasudano più il machismo stantio da duro e puro (che non usa belletti) e si curano del proprio aspetto. Uomini e donne non hanno quasi nulla in comune, sia dal punto di vista della fisiologia e dei bisogni di pelle e capelli, ma lui ora è pronto a usare quei prodotti da sempre del regno femminile come il maquillage. Se i più anziani mostrano riluttanza per l’idratante (lo usano però il 29 per cento dei maschi over 65 anni, un decennio fa neanche questi), il 41 per cento dei maschi dai 45 ai 64 anni ne ha uno nell’armadietto del bagno. I millennials battono tutti (il 60 per cento dei ragazzi dai 16 ai 25 anni spalma la crema emolliente sul viso) e si tratta di una generazione che stupisce i più conservatori: ragazze e ragazzi “gender fluid” si fanno la tinta insieme nei colori shock e postano le foto sui social, si disegnano le sopracciglia e si truccano con l’aiuto dei tutorial online. Il fondotinta e l’anti-occhiaie sta lentamente prendendo piede anche fra i trentenni e i quarantenni che già curano barba, pizzo e baffi in modo quasi maniacale, grazie agli hipster con barbone lavato e pettinato che hanno fatto da apripista.
Rivela una indagine europea di Mintel, società di ricerche di mercato globali, che lo skincare per l’uomo ha conquistato una valenza pari a quella di andare in palestra. È cioè sinonimo di benessere. Nell’ultimo anno, segnalano i report di Two by Two e di Google beauty trend, sono state formulate ex novo lozioni per l’addome, rinfrescanti per occhi, oli da barba, sieri per il viso, deodoranti roll-on, filtri solari spray per il viso da usare durante gli sport invernali, balsami per le labbra alla menta e sieri dalle formulazioni “mascoline” al cento per cento. Nel 2017 è aumentata la domanda (in ordine decrescente) di saponi, idratanti, balsami per le labbra, detergenti per il viso, salviettine per il viso, trattamenti anti-acne, prodotti per la barba, creme di trattamento maschili. Gli uomini truccano anche la pelle con le BB cream e le CC cream colorate. Infine usano antirughe e maschere per il viso.
Se lui compra da sé i prodotti di bellezza (lo fa sempre il 62 per cento, ogni tanto il 22 per cento, il resto lascia scegliere ad altri), ancora non sa come andrebbero usati. L’idratante lo usa una volta al giorno solo il 43 per cento dei maschi, gli altri se lo ricordano una volta alla settimana o di meno. Lavano il viso tutti i giorni con un detergente (non più con la saponetta) il 30 per cento. Usano l’antirughe o l’antiacne tutti i giorni il 29 per cento, il resto lo spalma “quando me lo ricordo”, rispondono al sondaggio Mintel.
Ma la posologia (non scritta) dei prodotti di bellezza prevede costanza e dedizione. Altrimenti niente prevenzione e soldi spesi inutilmente. Le donne lo sanno.

Pane Funzionale Salus®, con i suoi sette benefici nutrizionali garantiti, si pone come la nuova alternativa a Kamut

Pane Funzionale Salus®, con i suoi sette benefici nutrizionali garantiti, si pone come la nuova alternativa a Kamut rispondendo alla crescente esigenza dei consumatori di alimentarsi in maniera sana.

Non è solo una sensazione ma anche consultando Google Trends appare evidente come il Kamut negli ultimi anni stia subendo una battuta d’arresto: dal 2015 si evidenzia infatti un lento ma inesorabile declino. La moda del Kamut sembra quindi essersi definitivamente arrestata. Sarà perché ormai molte persone hanno capito che non si tratta di un tipo di cereale ma di un marchio registrato, o perché dopo tanti anni si è compreso che le proprietà miracolose di questo cereale in fondo non sono molto differenti da quelle di altri grani antichi.

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Quello che di sicuro non si è arrestato è il desiderio dei consumatori di alimentarsi in maniera sana ed equilibrata, avendo ormai ben chiaro in mente quali siano gli ingredienti ed i valori nutrizionali più adatti al loro stile di vita.

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Una vera e propria guerra del pane è quindi in corso proprio in questi giorni tra il Kamut e il Pane Funzionale Salus®: quest’ultimo sembra proporsi come l’avanguardia in tema d’alimentazione e in molte occasioni si può leggere di questo prodotto come la moda alimentare del momento, racchiudendo in un unico prodotto tutti i trend alimentari più in voga.

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Il Pane Funzionale Salus® risponde al suo concorrente con sette claim nutrizionali garantiti: è un pane light, con pochi grassi, a tasso ridotto di carboidrati, ricco di fibre e proteine, con un tasso ridotto di sodio. E’ ricercatissimo nel mondo Vegano e Vegetariano perché non contiene emulsionati chimici come per esempio gli E471 o E472.

Inoltre, contiene Beta-glucani cioè fibre dell’avena: il regolare consumo di Beta-Glucani, come sostiene l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), aiutano a ridurre il livello di colesterolo nel sangue

Una ricerca condotta dall’Università degli Studi di Padova ha dimostrato che l’assunzione regolare di Pane Funzionale Salus® può migliorare il controllo della glicemia nelle persone affette da Diabete Tipo 2, in aggiunta ai farmaci già utilizzati.

Il migliore sport per una vita più lunga? Il tennis

A sostenerlo uno studio epidemiologico danese, secondo il quale le persone che giocano a questo sport hanno 9,7 anni di aspettativa di vita in più rispetto ai sedentari. Positivo anche il bilancio dei giocatori con 5 anni in più

SPORT di squadra o da fare da soli? Una bella partita a tennis o un’ora di corsa senza interagire con nessuno? Meglio scegliere un’attività che ci fa anche socializzare. È quanto sostiene un nuovo studio epidemiologico su uomini e donne danesi: gli adulti che hanno affermato di giocare frequentemente a tennis o di partecipare, comunque, a sport di squadra hanno vissuto più a lungo rispetto alle persone sedentarie. E anche più a lungo di coloro che, invece, hanno praticato attività sì salutari, ma spesso solitarie, come il nuoto, il ciclismo o la semplice corsa.

Le interazioni sociali potrebbero avere, dunque, un ruolo determinante e aumentare i benefici dell’attività fisica. Nessuno ha dubbi sul fatto che l’attività fisica possa migliorare la nostra salute e farci vivere più a lungo; diversi studi, infatti, hanno individuato il legame tra esercizio fisico regolare e durata della vita. Ma ci sono alcune attività migliori di altre?

• LO STUDIO
Già secondo un precedente studio su oltre 80.000 uomini e donne britannici, coloro che avevano praticato sport di racchetta tendevano a sopravvivere rispetto a chi correva. È stato proprio questo risultato ad attirare l’attenzione di un gruppo internazionale di scienziati che aveva già esaminato la relazione tra jogging e longevità. Nel nuovo studio – pubblicato di recente su Mayo Clinic Proceedings – i ricercatori hanno deciso di ampliare la loro indagine includendo diversi sport. Obiettivo? Osservare le eventuali relazioni con la vita o la morte prematura. I partecipanti avevano tutti eseguito esami di salute e risposto a lunghi questionari sul loro stile di vita per capire se e quanto spesso avevano preso parte a diversi sport comuni in Danimarca, tra cui ciclismo, nuoto, corsa, tennis, calcio e, forse inaspettatamente, badminton.

I dati sono stati tratti dal Copenhagen City Heart Study, un tentativo ambizioso e continuo di tracciare la vita e la salute di migliaia di uomini e donne a Copenaghen. In particolare, i ricercatori si sono concentrati su 8600 partecipanti che avevano fatto parte dello studio per circa 25 anni. Hanno controllato il registro nazionale dei decessi per vedere se e quando una di queste persone fosse morta. Il passo successivo è stato osservare le loro attività fisiche e la durata delle loro vite.

• IL RISULTATO
Il risultato è stato alquanto curioso: andare in bicicletta e correre sono attività che allungano sì gli anni di vita, ma in modo nettamente inferiore rispetto a tennis, badminton e calcio. Con il ciclismo si acquistano in media 3,7 anni in più di vita, con la corsa 3,2. Mai niente batte il tennis: unico sport in grado di regalare 9,7 anni di vita in più. Segue il badminton con 6,2 anni in più e il calcio che ha aggiunto quasi 5 anni alle vite dei giocatori.

Queste associazioni sono rimaste invariate indipendentemente dall’istruzione, dallo stato socioeconomico e dall’età delle persone. “Da questo tipo di studio osservazionale – dice James O’Keefe, coautore dello studio e direttore della cardiologia preventiva presso il Mid America Heart Institute al San Luca’s Health Center a Kansas City – non è possibile sapere perché e come alcuni sport potrebbero allungare la vita delle persone”. Sicuramente, anche il reddito e altri aspetti dello stile di vita delle persone sono importanti. I ricercatori hanno cercato di spiegare i fattori socioeconomici, concludendo che “è possibile che le persone che hanno danaro e tempo libero per giocare a tennis vivano più a lungo proprio perché hanno abbastanza soldi e tempo libero e non perché giocano a tennis”.

L’ipotesi più forte è comunque quella che considera fondamentale l’aspetto sociale degli sport di racchetta, come il tennis, e degli altri sport di squadra. “Sappiamo, infatti, da altre ricerche – continua O’Keefe – che il supporto sociale contribuisce alla diminuzione dello stress”. Stare con altre persone, giocare e interagire, proprio come avviene nei giochi di squadra, ha probabilmente effetti psicologici e fisiologici unici. Forse amplificando addirittura i benefici dell’esercizio fisico. Ipotesi che sicuramente necessita di una verifica con ulteriori studi. Nel frattempo cosa fare? “Per ora, le persone che corrono o viaggiano da sole potrebbero prendere in considerazione la possibilità di trovare un gruppo o un partner con cui allenarsi”, suggerisce il dottor O’Keefe.

Fitness, ascoltare musica durante l’allenamento riduce la fatica

NON è solo un modo per ingannare il tempo mentre si corre. Ascoltare musica, quando ci si allena, può aiutarci a sentire meno la fatica. Parola di scienziati della Brunel University di Londra che hanno testato gli effetti della musica con uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Psychophysiology. I ricercatori hanno verificato che l’ascolto della canzone di Marvin Gaye “I Heard It Through The Grapevine” mentre si allenavano, ha provocato nei partecipanti allo studio stimoli in una regione del cervello associata ad una diminuzione della fatica. I partecipanti hanno anche riferito di aver avuto la sensazione che gli allenamenti fossero più brevi e più stimolanti mentre ascoltavano la canzone di 11 minuti, l’unica usata nello studio.

“Già altri studi avevano dimostrato che la musica può avere un ruolo-chiave quando si fa attività fisica – spiega Maurizio Bertollo, docente di Metodi e didattiche delle attività motorie presso l’Università di Chieti e membro sia dell’Associazione Italiana di Psicologia dello Sport e dell’Esercizio (Aips) che della Federazione europea di psicologia dello sport (Fepsac). Il merito di quest’ultima ricerca è quello di aver definito in maniera chiara e precisa il tempo di esecuzione della musica. I ricercatori, infatti, hanno scelto un unico brano che ha un ritmo di 120 battiti al minuto e hanno cercato di capire come influenza la prestazione dell’allenamento. Misurando la modificazione del livello di ossigenazione del sangue nel cervello, i ricercatori hanno appurato che la musica attiva il lobo frontale inferiore, un’area del cervello deputata all’integrazione delle informazioni sensoriali esterne, come quelle che arrivano dai muscoli tra cui anche le informazioni sull’affaticamento”.

Chili di troppo? Colpevoli i grassi, non i carboidrati

Secondo lo studio della Chinese Academy of Sciences gli zuccheri avrebbero un impatto minore sull’aumento di peso: la spiegazione sarebbe nella maggiore stimolazione di centri cerebrali della ricompensa, che spingerebbero a mangiare di più

BURRO o zucchero, cosa fa più ingrassare? A porsi questa domanda è stato un team di ricerca guidato dalla Chinese Academy of Sciences, a Pechino, che ha studiato il sovrappeso e l’obesità – un problema di salute pubblica che colpisce ben un italiano su tre – analizzando su modello animale il ruolo deicarboidrati, in questo caso gli zuccheri, e dei grassi. Secondo l’indagine, nel topo una dieta molto ricca in grassi, fino al 60% della composizione totale, aumenta la quantità di massa grassa e peso corporeo, un fenomeno che non avviene quando l’alimentazione è fondata soprattutto sui carboidrati. I risultatisu Cell Metabolism.

 

• LO STUDIO 
Lo studio ha incluso 30 diversi regimi che variano nel contenuto di grassi, proteine e carboidrati, i tre macronutrienti che compongono la nostra alimentazione. Fra i carboidrati, l’analisi ha riguardato soprattutto il saccarosio, il comune zucchero. La dieta è stata seguita dai topi per tre mesi, un periodo di tempo che corrisponderebbe circa a 9 anni per un essere umano. In totale, sono state effettuate più di 100mila misurazioni sul peso corporeo degli animali, mentre la loro massa grassa è stata valutata tramite risonanza magnetica.

 

In base ai risultati, ciò che fa aumentare l’adipe, ovvero il grasso sottocutaneo, sono i lipidi, mentre i carboidrati (circa il 30% delle calorie proveniva da saccarosio) non hanno mostrato alcun effetto e non hanno accresciuto la massa adiposa. Questo risultato è abbastanza sorprendente, secondo gli autori, dato che le linee guida internazionali raccomandano di assumere zuccheri nella dieta al massimo per il 10%, mentre secondo la ricerca corrente se si assumessero zuccheri fino al 30% della composizione dell’alimentazione giornaliera, questo non avrebbe effetti sulla massa grassa e sulla fame (ma forse sul metabolismo complessivo sì). Il risultato presenta comunque dei limiti, come riconosciuto dagli stessi autori, dato che è stato svolto su topi.

Le ragioni di questo risultato, proseguono i ricercatori, sono da rintracciare nel funzionamento del cervello. Secondo gli autori, stando ai risultati della risonanza magnetica, un’alimentazione molto ricca di lipidi (fino al 60% della composizione totale della dieta) fa ingrassare il topo perché stimola i centri cerebrali della ricompensa, causando l’aumento del consumo di questi alimenti e una maggiore assunzione di calorie. Alcuni percorsi cerebrali, simili a vere e proprie strade, ma fatti di cellule, si sono attivati maggiormente, come si legge nello studio: ad esempio quello della dopamina nella regione cerebrale dell’ipotalamo. Così l’animale continua a mangiare e supera il suo fabbisogno energetico, ingrassando.

• LA SAZIETÀ È COMPLESSA
Insomma, sono i grassi a far ingrassare? “L’articolo è interessante – spiega Filippo Rossi, ricercatore della facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – il risultato viene motivato con il fatto che i lipidi sembrano stimolare maggiormente, nel topo, i centri cerebrali del piacere olfattivo/gustativo: questo elemento spingerebbe l’animale ad avere più fame e a mangiare di più, superando così le ‘colonne d’Ercole’ del suo fabbisogno energetico. Ma da questo studio non si può trarre la conclusione che i carboidrati non facciano ingrassare”.

Inoltre, prosegue l’esperto, ci sono diverse evidenze opposte. “Sono stati pubblicati vari studi – sottolinea Rossi – che mostrano che i carboidrati ad alto indice glicemico favoriscono la fame e l’assunzione di calorie. Altre ricerche, condotte sia sull’uomo che sugli animali, indicano che un maggior potere saziante derivi dalle proteine più che dai carboidrati e dai lipidi”.

L’appetito è regolato sia chimicamente sia fisicamente prosegue Rossi, e la componente fisica è rappresentata dalle dimensioni dell’alimento, per cui cibi a bassa densità energetica, ma molto voluminosi, come frutta e verdura, hanno un buon potere saziante. “Invece, la parte chimica della fame è regolata da un insieme di fattori, che si sostengono e si influenzano fra loro – aggiunge l’esperto – in passato, si dava importanza solo ad alcuni ormoni digestivi, come la colecistochinina Cck e poi all’insulina. Adesso si è scoperto che la stimolazione dei recettori del piacere alimentare ha un ruolo importante. Oggi, questa prova, su modello animale, sottolinea l’importanza dei lipidi, ma la situazione è sicuramente molto complessa e non si può dedurre che aumentare lo zucchero faccia bene o sia una soluzione, se non altro perché il diabete sarebbe dietro l’angolo”.

• COSA FA INGRASSARE 
Ciò che fa ingrassare è l’eccesso di calorie, concordano gli esperti, dunque un maggiore ingresso di energia rispetto a quanto ne viene spesa, il tutto in base al proprio fabbisogno energetico. Mentre in generale un pasto iperlipidico – che non deve diventare la norma – riduce il picco glicemico, come spiega Ilenia Ventura, biologo nutrizionista, calmando la fame più di un pasto a base di carboidrati complessi e zuccheri. Per questo, secondo l’esperta, lo studio su Cell Metabolism è in controtendenza rispetto al trend di ricerca attuale, che sta rivalutando i grassi, soprattutto quelli sani.

“Circa il 25-30% delle calorie giornaliere deve arrivare dai lipidi – spiega Ventura – di cui due terzi da quelli monoinsaturi (quelli dell’olio d’oliva) e polinsaturi (come gli omega 3), mentre circa un terzo da grassi saturi”. I grassi meno buoni, anche per la salute cardiovascolare, sono quelli trans, contenuti in vari prodotti industriali, come merendine, biscotti o altri alimenti elaborati, per i quali non bisogna eccedere nel consumo. Ciò che più fa male, conclude Ventura, non è il grasso sottocute, ma quello viscerale, che è distribuito negli organi interni e che è stato maggiormente correlato con il rischio cardiovascolare.