Archivi categoria: Salute

La pelle come le piante, più giovani con la fotosintesi

Fino a domenica oltre 2500 specialisti riuniti a Roma per il Congresso della Società Italiana di Medicina Estetica. Tante le novità per combattere le rughe senza punturine

VOGLIA di un viso più giovane, tonico e luminoso, ma paura degli aghi? Non serve farsi coraggio e sottoporsi alle punturine perché oggi la medicina estetica ha nuove armi più dolci pensate per chi soffre di agofobia, il terrore degli aghi. Le novità per il ringiovanimento del volto e soprattutto il photo-ageing sono al centro del 39° Congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Estetica (Sime) che si svolge fino a domenica 20 a Roma e ospita ben 2500 medici.

• FOTODINAMICA, LA LUCE CHE RINGIOVANISCE
Ripristinare il turgore e la densità della pelle grazie a una luce a led. È il principio su cui si basa la Fotodinamica, una terapia non chirurgica di elezione per alcune lesioni dell’epidermide quali tumori basocellulari piani. Ora viene utilizzata anche per combattere l’acne e il photo-ageing, ovvero l’invecchiamento provocato dai raggi solari. È indicato soprattutto dopo i 50 anni e può bastare un trattamento una volta al mese.

• COME SI ESEGUE
“Prima si applica sul volto una crema che viene attivata grazie all’acido delta-aminolevulinico e che deve restare in posa per 2-3 ore – spiega Emanuele Bartoletti, presidente della Società Italiana di Medicina Estetica – si tratta di una sostanza fotosensibilizzante che a sua volta viene attivata da una fonte luminosa che colpisce l’area danneggiata favorendo il ringiovanimento cutaneo”. Il trattamento funziona anche se, anziché esporsi ad una sorgente luminosa artificiale, ci si espone alla luce del sole per 15-20 minuti. “Questo significa – aggiunge Bartoletti – che contrariamente a quanto accade per i classici peeling a base di acido glicolico o piruvico che non si possono più fare quando inizia la bella stagione, la fotodinamica si può fare anche in questo periodo dell’anno”.

• FOTONICA, LA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA DELLA PELLE
Tra le novità più recenti di cui si parlerà al congresso, c’è la tecnologia biofotonica, un trattamento estetico di nuova generazione in grado di stimolare nelle profondità del derma la produzione di collagene con una tecnica ispirata alla fotosintesi clorofilliana. “Si tratta di una tecnica non invasiva priva di effetti collaterali che agisce sfruttando il potere della luce blu per stimolare in profondità la produzione di collagene – spiega Maria Gabriella Di Russo, docente di Medicina Estetica al Master dell’Università di Pavia – Si basa sull’interazione tra fotoni e fibroblasti, cellule del nostro derma preposte alla produzione del collagene”. Questa tecnologia è in grado di arginare gli effetti di tutti i tipi di invecchiamento, riduce le rughe sottili in particolare nella zona del contorno occhi e delle labbra, oltre che attenuare la dimensione dei pori, delle cicatrici con un globale miglioramento della texture, della compattezza e della luminosità cutanea.

• COME SI ESEGUE
Per ottenere un effetto antiage visibile è necessario sottoporsi a un ciclo di quattro sedute di cui una ogni quindici giorni. Durante la seduta, l’area da trattare viso, collo, e decolleté oppure dorso delle mani viene preliminarmente detersa: “Si fanno indossare occhialini protettivi e si proteggono le aree tatuate – spiega Di Russo – Si applica poi uno strato di 2 mm uniforme del gel fotoconvertitore, si posiziona la lampada multiled a una distanza di circa 5 cm e si attiva il trattamento, poi si rimuove il gel, si idrata la cute trattata con una maschera lasciata in posa per altri quindici minuti, infine il paziente può truccarsi e tornare alla sua routine”. Al termine del ciclo di trattamenti, il numero di fibre di collagene è in media maggiore del 400 per cento.

• LA MEDICINA RIGENERATIVA
Grande attenzione al Congresso anche per la medicina rigenerativa: “Con la biostimolazione si iniettano sostanze nel derma capaci di dare “vitalità” alle cellule e aumentare la produzione di collagene – spiega Bartoletti – è il caso, ad esempio, del plasma arricchito in piastrine: sangue che viene prelevato e “centrifugato” in modo da ricavarne un siero ricco di piastrine che viene poi re-iniettato nel derma del paziente stesso”. Proprio come quando si attiva il processo di guarigione di una ferita, le piastrine entrano in azione coagulando e liberando le sostanze necessarie alla rigenerazione (fattori di crescita), stimolando così i fibroblasti alla produzione di collagene. L’effetto è quello di una pelle più tonica, con una luminosità maggiore, rosea e al tatto tonica.

• COME SI ESEGUE
Si tratta di un trattamento un po’ difficile da eseguire perché le piastrine non possono essere usate nello studio del medico ma solo in ospedale dove c’è un servizio di ematologia, ma ci sono ormai diversi studi medici che si sono convenzionati con studi di ematologia. “Si preleva una fiala di sangue che viene conservato in una provetta ad hoc che viene poi messa nella centrifuga per 6 minuti a tremila giri – aggiunge l’esperto –  questa rotazione fa separare la parte rossa e la parte bianca del sangue, il gel separatore dove rimane plasma, piastrine e globuli bianchi. A questo punto, il plasma viene iniettato con un ago molto sottile nel derma del viso. Alla fine, si formano dei piccoli ‘confettini’ bianchi che vanno via dopo un paio d’ore”.

•  IL PROBLEMA DELLE MACCHIE
Uno dei crucci maggiori delle donne, dopo le rughe, sono le macchie marroni o grigio-marroni che compaiono sul viso, sul décolleté o sul dorso delle mani. “Il melasma è causato da una iperpigmentazione della pelle – fa notare Antonio Pulvirenti, docente della Scuola Internazionale di Medicina Estetica della Fondazione Internazionale Fateenefratelli. I melanociti, le cellule dell’epidermide deputate alla produzione della melanina, producono cioè una quantità eccessiva del pigmento, dando origine alle discromie, cioè alle antiestetiche macchie”.

•  COME COMBATTERE LE MACCHIE
Come eliminarle? La terapia più utilizzata per il trattamento delle macchie è il peeling chimico che provoca un’accelerata esfoliazione della parte superficiale della pelle portando a un rinnovamento degli strati più superficiali nella stessa pelle. “Il protocollo di metodiche integrate per la cura ed il trattamento del melasma – prosegue Pulvirenti – prevede l’utilizzo di una strategia fisica con l’utilizzo di sistemi laser di ultima generazione con tecnologia a picosecondi (unità di tempo pari a un millesimo di miliardesimo di secondo), che permette di frammentare la melanina in piccolissime parti senza danneggiare la pelle e riequilibra il procprocesso di melanogenesi delle cellule melanocitarie. Viene poi impiegata una strategia chimica, ovvero una maschera depigmentante, e l’integrazione di nutraceutici specifici che possano aiutare dall’interno la cura di questo inestetismo”.

“L’alcol accorcia la vita, 4 anni in meno con 18 bicchieri a settimana”

Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet, dalle cui conclusioni, gli esperti sottolineano: “In molti paesi i limiti vanno abbassati”

BERE troppo alcol accorcia la vita. Ma di quanto? Un team internazionale di ricercatori, che ha appena pubblicato uno studio sulla rivista Lancet, ha cercato di rispondere a questa domanda: uno-due anni di vita in meno per chi consuma mediamente 200-350 grammi di alcol a settimana, e quattro-cinque anni per chi va oltre i 350 grammi settimanali, circa 18 bicchieri in 7 giorni. Gli effetti negativi per la longevità inizierebbero a farsi sentire quando il consumo settimanale supera i 100 grammi, una quantità che corrisponde grosso modo a cinque o sei bicchieri di vino (di gradazione alcolica media), di gran lunga al di sotto alla soglia raccomandata in molti paesi, come Stati Uniti, Portogallo, Spagna e la stessa Italia. A differenza del Regno Unito, dove la soglia è stata recentemente abbassata a 6 bicchieri a settimana per uomini e donne, in linea con i risultati dello studio.

• BERE MENO PER CAMPARE DI PIÙ 
E non è soltanto questione di longevità, assumere più alcol del dovuto ha effetti anche di qualità della vita: il suo eccesso può predisporre allo sviluppo di patologie cardiovascolari, come ictus e insufficienza cardiaca. Per la ricerca, il team di esperti ha analizzato 83 studi condotti in 19 paesi, per un totale di quasi 600mila dati – su età, sesso, e altri fattori noti per essere correlati alla malattia cardiovascolare, ad esempio diabete e fumo – di consumatori di alcol, nessuno dei quali soffriva già di malattie cardiovascolari.
“La nostra analisi dimostra che bere alcolici a livelli ritenuti sicuri è in realtà legato a una minore aspettativa di vita e a diversi effetti negativi sulla salute”, spiega Dan G. Blazer, della Duke University (Usa) e co-autore dello studio.

La metà dei consumatori aveva riferito di aver assunto più di 100 grammi di alcol settimanali, e l’8,4% è andato oltre i 350 grammi. Gli esperti della ricerca sottolineano che le diverse relazioni tra assunzione di alcol e vari tipi di malattie cardiovascolari potrebbero essere spiegate, almeno in parte, dall’effetto del consumo di alcol sulla pressione sanguigna, che tende ad aumentare, e da fattori correlati al colesterolo Hdl.

Know How salute – Gli effetti dell’alcol sul nostro organismo

Dopo ginnastica facciale, contro le rughe arriva lo stretching

Poche mosse per mantenere la pelle tonica e fresca, senza sforzare muscoli e tessuti.

BASTA con dita in bocca, labbra spalancate e vocali pronunciate in modo esagerato per fare la ginnastica al viso. Le smorfie pare non servano molto e ‘allenare’ i muscoli sarebbe perfino controproducente. Una muscolatura trofica infatti accentuerebbe i solchi invece di distenderli. Molto meglio lo stretching passivo, cioè fatto con le dita stirando e pizzicottando pelle, muscoli e perfino il nervo vago secondo movimenti messi punto sulla base di principi di biomeccanica muscolare. Al congresso della società di dermatologia Isplad, in corso a Milano, è stato presentato il primo massaggio facciale ‘dermosinergico’ per muscoli e nervi, ideato da Ernesto Di Pietro, osteopata e docente di biomeccanica della colonna vertebrale alla facoltà di scienze mediche dell’università di Lugano.

LEGGI La ginnastica facciale ringiovanisce davvero

“I muscoli del viso più che allenati e gonfiati vanno distesi. I solchi più profondi infatti si formano laddove i piccoli fasci muscolari si incrociano, contraendosi di continuo. In particolare in corrispondenza dell’area fra le sopracciglia, intorno agli occhi e sotto i solchi naso-genieni – spiega Di PIetro -. Anche il nervo vago, che corre dal cranio fino allo stomaco, è interessato nel contrarre i muscoli del viso. Stimolando passivamente alcune zone della testa e del corpo con un veri e propri esercizi di stretching si distendono i muscoli e la pelle del viso”.

Se il massaggio dermosinergico va fatto in un centro estetico specializzato, alcuni principi di base della procedura si possono anche realizzare da soli seguendo 5 passaggi consecutivi, riassunti da Di Pietro qui di seguito:

  1. Per rilassare il nervo vago si comincia dalla nuca: premere le aree laterali del collo con i polpastrelli effettuando dei movimenti rotatori. Massaggiare contando fino a 10 e ripetere per 3 volte.
  2. Proseguire massaggiando con una mano aperta l’addome svolgendo movimenti ampi, regolari, rotatori e in senso orario per l’intera area circoscritta dalle costole fino al pube.
  3. Mettere le mani incrociate dietro la nuca ed effettuare la torsione del busto, mantenendo il bacino fermo. Effettuare delle rotazioni complete da un lato e dall’altro per allungare i muscoli trapezio. Ripetere per 3 volte consecutive.
  4. Con i polpastrelli effettuare un massaggio solleticando tutto il cuoio capelluto contando fino a 10. Ripetere per 3 volte.
  5. Svolgere lo stretching del viso nel seguente modo: applicare il proprio siero idratante abituale con la punta delle dita effettuando uno stiramento energico della pelle. Effettuare successivamente delle ‘pinzature’ del tessuto cutaneo in corrispondenza delle guance, dei solchi naso-genieni e dei denti
    canini. Proseguire effettuando delle lievi pressioni col polpastrello del pollice all’interno dell’arco oculare, sotto l’arcata sopraccigliare superiore, nella zona verso l’angolo interno degli occhi. Infine picchiettare tutta la pelle del viso con le di

Inutile parlare al feto, meglio fargli sentire la musica di Bach

BACH piace ai bambini già prima di nascere. Tanto da indurli a muovere la testa, le braccia e la bocca. Movimenti che, invece, non si verificano se ascoltano la voce della mamma o del papà o se gli si racconta una favola. Insomma, i feti riescono a malapena a sentire il rumore che proviene dall’esterno. A sfatare il mito che parlare alla pancia delle donne incinte abbia qualche effetto sul feto è uno studio condotto dall’Institut Marquès e presentato presso l’Istituto Karolinska e l’Università di Stoccolma.

• LO STUDIO 
La ricerca sull’udito del feto e sull’effetto della musica all’inizio della vita è stata svolta da Marisa Lopez-Teijón e dalla sua equipe dell’Institut Marquès su pazienti tra la 14ª e la 39ª settimana di gestazione.  La musica utilizzata nello studio era di Johann Sebastian Bach, per essere più esatti, la Partita in la minore per flauto solo – BWV 1013. Per far sì che il feto percepisse con la massima intensità il suono, è stato ideato uno specifico dispositivo per trasmettere musica per via intravaginale: il Babypod che emette onde sonore fino ad un massimo di 54 decibel, cioè il livello di una normale conversazione.

• FETI IN MOVIMENTO
Qual è stata la reazione dei feti nell’ascoltare la musica emessa per via addominale e vaginale? Per capirlo i ricercatori li hanno osservati attraverso un’ecografia (clicca qui per vedere una video-ecografia). L’87% dei feti ha reagito con movimenti della testa e degli arti, della bocca e della lingua, gesti che cessano quando smettono di sentire la musica. Inoltre, con la musica trasmessa per via vaginale, circa il 50% dei feti ha reagito con un movimento sorprendente, aprendo moltissimo le mascelle e tirando fuori completamente la lingua.

• SUONI PERCEPITI DALLA SEDICESIMA SETTIMANA
Sistemando, invece, delle cuffie che emettono musica con un volume medio di 98,6 decibel sull’addome della donna in attesa, non sono stati osservati cambiamenti nelle espressioni facciali del feto. “Con questo studio abbiamo dimostrato che i feti possono sentire dalla settimana 16, quando misurano 11 centimetri, solo se il suono proviene direttamente dalla vagina –  ha spiegato Marisa Lopez-Teijón che ha ricevuto presso l’Università di Harvard il Premio Ig Nobel per la medicina nel campo dell’ostetricia per la scoperta dell’udito fetale. I feti riescono a malapena a sentire il rumore che proviene dall’esterno. Quindi, possiamo dire che il mito di parlare alla pancia delle donne incinte è storia passata”.

•  STIMOLARE IL FETO NEUROLOGICAMENTE
Secondo la ricerca di Institut Marquès con questo sistema ora è possibile stimolare il feto neurologicamente. La stimolazione sensoriale è importante e può iniziare quanto prima possibile. La musica, infatti, attiva l’apprendimento delle lingue. E, come è stato dimostrato, questo apprendimento può iniziare già nel grembo materno

Un neo artificiale sentirà in anticipo il tumore

Un cerotto impiantato sottopelle si accorgerà delle alterazioni che portano al cancro, cambiando colore e mettendo in allerta il paziente. L’idea presentata su Science Translational Medicine al momento è solo una sfida. Ma se funzionasse, potrebbe essere estesa ad altri tipi di malattie

NON arriverà in farmacia in tempi brevi, ma il sensore messo a punto dal Politecnico federale di Zurigo per scovare il cancro nei suoi stadi iniziali ha il merito di presentare un’idea originale. Dagli strumenti di imaging sempre più potenti alla nuova, promettente tecnica che raccoglie gli indizi del Dna del tumore direttamente nel sangue, quello della diagnosi precoce è un settore su cui si investe molto, in oncologia. Il nuovo sensore, ancora agli stadi iniziali di realizzazione, promette di scovare tumori di prostata, polmone, colon e seno prima di ogni altro sistema di diagnosi.

I ricercatori svizzeri hanno sperimentato l’idea di impiantare sottopelle (per il momento solo alle cavie da laboratorio) un sensore a base di cellule sottoposte a ingegneria genetica e incapsulate in un  cerotto rotondo, simile a un neo, di un centimetro circa. In presenza di livelli elevati di calcio nel sangue le cellule ingegnerizzate attivano una reazione a catena che porta alla produzione di melanina. Il neo, che prima era trasparente, si scurisce, diventando visibile, allarmando il paziente e spingendolo a farsi visitare da un medico. Chi trovasse ansiogeno vivere con il sensore costantemente sotto agli occhi potrebbe ricorrere a una versione del cerotto visibile solo sotto a una particolare luce rossa, disponibile nello studio del medico.

Un neo artificiale sentirà in anticipo il tumore

La cellula riempita di pigmento scur

La tecnica è descritta sulla rivista Science Translational Medicine. Gli stessi ricercatori ammettono che ci vorranno almeno dieci anni prima che il sensore sia messo a punto e sperimentato anche sugli uomini. Le cellule ingegnerizzate resistono all’interno del cerotto impiantabile sottopelle non oltre un anno. “E il calcio, tra tutti i segnali precursori di un tumore, non è necessariamente il più efficace” spiega Pier Giuseppe Pelicci, direttore della sezione “Meccanismi molecolari del cancro e dell’invecchiamento” all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. “L’idea di un sensore a base di cellule ingegnerizzate, però, è sicuramente interessante. In futuro potrebbe essere estesa ad altri marcatori, di cui pure si sente un gran bisogno. Penso alla glicemia, fondamentale per ottenere un buon controllo del diabete”.

Il cerotto descritto oggi andrebbe dunque considerato come una “prova di principio”; una dimostrazione della nostra capacità tecnica di manipolare il Dna delle cellule. Nel “sensore vivente” è stato inserito un gene capace di attivarsi in presenza di livelli di calcio che si mantengono alti per tempi prolungati, e di attivare a sua volta un altro interruttore genetico responsabile della produzione del pigmento scuro di melanina. Gli stessi ricercatori suggeriscono che il loro “tatuaggio biomedico” possa essere usato, in nuove varianti, per rilevare squilibri ormonali, disturbi renali o malattie neurodegenerative.

Italiani fra i più longevi, ma conta la prevenzione. Al Sud si muore di più di tumore

I dati del rapporto dell’Osservatorio nazionale della salute nelle regioni italiane. Dove si investe in screening preventivi le cose funzionano. Viviamo a lungo ma invecchiamo male. L’11% degli ultra-sessantacinquenni non è in grado di svolgere le attività quotidiane

ITALIANI PIU’ longevi, ma soprattutto al Nord. Capire dove si vive non è un’informazione secondaria, perché nelle regioni meridionali si continua a stare peggio, mentre dove la prevenzione funziona si vive di più. Non è una novità ma i numeri dell’ultimo rapporto Osservasalute 2017 continuano a colpire. L’aspettativa di vita nella provincia di Trento è di 81,6 anni per gli uomini e 86,3 anni, per le donne, un dato che crolla in Campania, dove la speranza di vita alla nascita è la più bassa del paese (78,9 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne). In Italia si muore meno per tumori e malattie croniche ma solo dove la prevenzione funziona,  principalmente nelle regioni settentrionali. Al Sud, invece, la situazione è opposta: il tasso di mortalità per queste malattie è infatti maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è la regione con i dati peggiori. <<e’ una=”” tendenza=”” che=”” peggiora=”” nel=”” tempo=”” –=”” spiega<strong=””> Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane presidente dell’Istituto superiore di sanità -. La soluzione sarebbe riorganizzare il Servizio sanitario nazionale nelle aree del paese che sono rimaste indietro con una competenza manageriale che selezioni le migliori competenze>>.

INTERATTIVO – La salute degli italiani regione per regione

• INVECCHIAMO MALE
Siamo longevi ma invecchiamo male, sono tanti gli italiani non autosufficienti tra gli anziani: l’11% degli ultra-sessantacinquenni non è in grado di svolgere le attività quotidiane in modo autonomo. “Anche se rispetto a due anni fa è aumentata l’aspettativa di vita, i nostri anziani non godono di buona salute e non si investe abbastanza nella prevenzione – aggiunge Ricciardi – . Basta pensare che una donna anziana in Svezia vive in cattive condizioni negli ultimi 5 anni di vita e un’italiana negli ultimi 16”.

Un problema che mette a rischio i conti della sanità visto che oltre un italiano su 5 ha più di 65 anni e nel tempo il  dato è destinato a aumentare. Tra 10 anni le persone anziane non autonome saranno 6,3 milioni di persone. Nel 2028, tra gli over-65 le persone non in grado di svolgere le attività quotidiane per la cura personale, dal lavarsi al mangiare, saranno circa 1,6 milioni (100 mila in più rispetto a oggi), mentre quelle con problemi di autonomia (preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche) arriveranno a 4,7 milioni (+700 mila). “Viviamo di più e male e molto di più potrebbe essere fatto per invecchiare bene – spiega Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio -. Artrosi e osteoporosi potrebbero essere prevenute con più attività fisica, cosa che i nostri anziani non hanno fatto. Ma le cose stanno migliorando lentamente. Nel 2016 il 34,8% della popolazione ha dichiarato di fare esercizio fisico”.

•SPORT, FUMO e ALCOL
Oggi fra gli anziani l’artrosi è uno dei valori più alti d’Europa (46,6%), subito sotto Portogallo e Ungheria. E fare esercizio fisico da giovani può fare la differenza per arrivare in buone condizioni fisiche quando si invecchia, ma anche il fumo e il consumo di alcol fanno la loro parte. I dati sugli ex-fumatori sono stabili (nel 2016, presenta un valore di 22,6% vs 22,8% del 2015) anche se cala il fumo tra gli uomini. La stabilità sia della prevalenza dei consumatori di sigarette che di quella degli ex-fumatori sembra indicare che, in Italia, le politiche sanitarie messe in campo per la lotta al fumo stanno dando i loro frutti da qualche anno, ma non riescono a determinare ulteriori diminuzioni. Mentre si riduce ancora, anche se di poco, la percentuale dei non consumatori di alcolici (astemi e astinenti negli ultimi 12 mesi), che sono pari al 34,4% (nel 2014 era il 35,6%, nel 2015 34,8%) degli individui di età superiore a 11 anni.

• MALATTIE CRONICHE
Dove la prevenzione funziona, le cose migliorano: diminuisce la mortalità per tumore e negli ultimi 12 anni sono calati del 20% i morti per malattie cronichecome il diabete e l’ipertensione. Al Sud, invece, la situazione è opposta e la Campania è la regione con i dati peggiori. Proprio nelle regioni meridionali una persona su cinque dichiara di non aver soldi per pagarsi le cure, quattro volte la percentuale di quelle settentrionali. La Campania, e in particolare la Calabria, sono le regioni che nel quadro complessivo mostrano il profilo peggiore. Per questo motivo, sottolinea Solipaca, “per il Meridione appare urgente un forte intervento in grado di evitare discriminazioni sul piano dell’accesso alle cure e dell’efficienza del sistema”.

• LA PREVENZIONE
L’efficacia delle cure e della prevenzione dei tumori è andata sicuramente migliorando. In particolare per la prevenzione, sono buoni i risultati  collegati alla diminuzione dei fumatori tra gli uomini e all’aumento della copertura degli screening preventivi (per esempio il pap test periodico e la mammografia) tra le donne. Lo dimostra la diminuzione dei nuovi casi di tumori al polmone tra i maschi (diminuiti del 2,7% l’anno dal 2005 al 2015) e della cervice uterina tra le donne (-4,1% annuo). È aumentata di 5,7 punti percentuali anche la sopravvivenza a 5 anni per il tumore al polmone e 2,4 punti per il carcinoma del collo dell’utero.

• I TUMORI
Al contrario, risultati negativi si riscontrano per il tumore polmonare tra le donne, tra le quali i nuovi casi sono in sensibile aumento (+1,6% tra il 2005 e il 2015); questo perché storicamente in Italia hanno iniziato a fumare più tardi che in altri Paesi europei e quindi ancora si scontano le conseguenze dell’insalubre comportamento. Anche per questo tipo di tumore l’efficacia delle cure ha garantito un aumento della sopravvivenza a 5 anni di 5,6 punti percentuali (da 18,2% al 23,8%).

• EMERGENZA OBESITA’
Fra le emergenze c’è quello dell’obesità, soprattutto per quanto riguarda i bambini: il 34,2% di quelli fra 6 e 10 anni ha problemi di sovrappeso. “Questo problema rappresenta una novità rispetto al passato – spiega Solipaca -. I ragazzini fanno una vita sedentaria, passano molto tempo davanti al tablet o al pc. Sarebbero necessarie campagne per una maggiore prevenzione. Fra gli obiettivi c’è quella di togliere i distributori di merendine nelle scuole. Abbiamo verificato che dove si interviene con campagne di prevenzione, le cose migliorano”.  Negli ultimi 10 anni è aumentata la percentuale delle persone con chili di troppo (dal 33,9% al 36,2%) e quella degli obesi (erano l’8,5% oggi sono il 10,4%).

• CRESCE IL CONSUMO DI ANTIDEPRESSIVI
Continua a crescere il consumo di antidepressivi tra gli italiani. Dopo l’aumento costante registrato nel decennio 2001-2011, rileva l’indagine, “il volume prescrittivo sembrava aver raggiunto nel 2012 una fase di stabilità, mentre, in realtà, nel quadriennio successivo si è registrato un nuovo incremento (39,10 dosi nel 2013; 39,30 nel 2014; 39,60 nel 2015; 39,87 nel 2016). Secondo i ricercatori l’aumento può essere collegato “a diversi fattori tra i quali, ad esempio, l’arricchimento della classe farmacologica di nuovi principi attivi utilizzati anche per il controllo di disturbi psichiatrici non strettamente depressivi (come i disturbi di ansia), la riduzione della stigmatizzazione delle problematiche depressive e l’aumento dell’attenzione del medico di medicina generale nei confronti della patologia”. Questa volta sono le regioni meriodionali a essere più virtuose. I consumi di farmaci antidepressivi più elevati per l’ultimo anno di riferimento (2016) si sono registrati in Toscana (60,96), PA di Bolzano (53,63), Liguria (53,09) e Umbria (52,06), mentre le regioni del Sud e le Isole presentano i valori più bassi (in particolare, Campania 30,59; Puglia 31,33; Basilicata 31,42; Sicilia 31,58; Molise 31,95).</e’>

Insicuri o egocentrici, le nostre parole svelano molto di noi

Un studio pubblicato su Nature sostiene che le parole di tutti i giorni indicano il grado di maturità della nostra personalità

“MA COME parla? Le parole sono importanti!”, gridava nel 1989 un Nanni Moretti giocatore di palla a nuoto a bordo piscina a una malcapitata giornalista colpevole di usare termini eccessivamente banali. Accadeva nella scena più famosa del film Palombella Rossa. E aveva ragione a dare tanta importanza al linguaggio, Moretti, perché le parole, quelle che usiamo tutti i giorni e che poco hanno che vedere col nostro curriculum scolastico, sono un po’ come dei marcatori, indicatori del nostro livello di Ego, cioè dello stadio di sviluppo o maturazione della personalità degli individui in termini cognitivi, di pensiero, sociali e morali. Questa è la conclusione, sebbene semplificata, di una ricerca sul linguaggio parlato realizzata da psicologi Usa e pubblicata su Nature Human Behavior.

• IL LIVELLO DELL’EGO E LE PAROLE
Gli autori dello studio hanno utilizzato 44mila brevi testi parlati raccolti in 25 anni dal Washington University Sentence Completion Test (Wusct), uno strumento che psicologi e psichiatri utilizzano da tempo per misurare l’Ego level. Per l’analisi dei linguaggi i ricercatori si sono serviti del Linguistic Inquiry and Word Count (Liwc), un sistema validato che, sulla base del conteggio delle parole e la valutazione della sintassi di testi, costruisce 81 categorie di linguaggio.

• DA ME A MA 
Dall’analisi dei risultati – si legge in una nota di commento allo studio rilasciata dalla Florida Atlantic University, una delle istituzioni coinvolte dall’indagine – è emerso per esempio che nel corso della maturazione dell’Ego si passa da un linguaggio egocentrato, ricco di pronomi personali come io o me (in inglese Ime) a uno stile linguistico nel quale compaiono più spesso termini indicativi di complessità come “ma” o “sebbene”, “nonostante”. E, ancora, che le categorie Liwc associate agli impulsi (definite da parole che esprimono rabbia, parolacce…) corrispondono a livelli di Ego più precoci. Al contrario della lunghezza delle frasi, che invece si accompagnerebbe a stadi di maggiore maturità.
• UN DIAGRAMMA 
Secondo gli autori è possibile costruire la sequenza di sviluppo dell’Ego utilizzando un diagramma (vedi immagine fornita dalla Florida Atlantic) che visualizza parole raggruppate in aree distinte da colori diversi. Nel diagramma il livello di Ego progredisce in senso orario, iniziando dallo stadio di minore maturità (impulsivo, una fase che corrisponde a un linguaggio più egocentrato), attraversando livelli intermedi (conformista, consapevole…) per arrivare al livello autonomo/integrato. “Se lo sviluppo dell’Io può essere valutato sulla base del linguaggio quotidiano – ha detto Kevin Lanning, autore principale dello studio e professore di psicologia alla Florida Atlantic University – il contenuto dei testi, da quelli dei  feed di Twitter ai discorsi politici, dalle storie per bambini ai piani strategici, può fornirci nuovi approfondimenti sul nostro stato di sviluppo morale, sociale e cognitivo”.

esso, per il 62% degli uomini ciò che conta è soddisfare la partner

Presentata a Milano una ricerca sulla nuova identità sessuale maschile. La metà dei maschi ha avuto una défaillance sessuale almeno una volta nella vita

SODDISFARE il desiderio sessuale della donna è la priorità per il 62% degli uomini italiani. La mappa della sessualità cambia e si adegua ai nuovi ruoli sociali. Così, l’83% degli uomini apprezza una donna intraprendente, ma il 77 ritiene che si possa rimanere virili anche nelle coccole. Sono questi alcuni dati emersi dalla ricerca sulla nuova identità sessuale maschile, condotta da Gfk con il supporto di Ibsa Farmaceutici Italia nell’ambito della campagna Ticket to Love.
• LA NUOVA IDENTITÀ SESSUALE MASCHILE 

La ricerca, che è stata condotta su un campione di 1000 uomini tra i 35 e i 70 anni, traccia il quadro di un maschio in evoluzione, che comincia ad accettare una donna sempre più emancipata e indipendente, e ad apprezzarne i benefici. “A 50 anni dalla rivoluzione sessuale – ha commentato Emmanuele A. Jannini, ordinario di Endocrinologia e sessuologia medica dell’università Tor Vergata di Roma – il maschio ha finalmente intrapreso una metamorfosi, che per molti è già diventata una vera e propria trasformazione antropologica; la presa di consapevolezza del ruolo della donna, più intraprendente e autorevole del passato, lo ha portato a dare maggiore valore al piacere di lei, che diventa spesso prioritario rispetto al proprio”.

• GENTILEZZA, COCCOLE E SESSUALITÀ 
Per l’uomo moderno essere gentile, affettuoso, amorevole e rispettoso pesa decisamente più che essere passionale e dare sicurezza (45% vs 12). Per l’88% degli uomini il sesso rimane una componente centrale della vita. Il 47% dichiara di avere rapporti due o più volte la settimana (il 67 una o più volte la settimana), mentre il 64% è alla costante scoperta di informazioni sulla sessualità, che vengono ricercate prevalentemente sul web (80%).
• PROBLEMI SOTTO LE LENZUOLA 
Ma non è tutto rose e fiori. Il 51% degli intervistati ha avuto problemi di erezione almeno una volta nella vita, mentre per il 13% si tratta di un problema che si presenta in maniera intermittente o cronica (da una volta su quattro a ogni rapporto). Di coloro che hanno il problema, il 17% ha tra i 35 e i 45 anni. Come vive l’uomo la sua défaillance? Delusione, imbarazzo, preoccupazione e frustrazione sono le emozioni più frequenti. Ancora una buona fetta degli uomini che vive il problema in maniera significativa lo attribuisce a cause di natura psicologica (34%) e il 36% non ne parla con nessuno.
• L’EVOLUZIONE DEL SILDENAFIL 

Il 59% degli intervistati, però, dichiara di non avere nessun problema a far sapere alla partner che prende un farmaco per i problemi di erezione. Il sildenafil, la prima pillola per l’erezione, ha rappresentato, giusto 20 anni fa, una vera rivoluzione. “La cosa sorprendente – spiega Jannini – è che questa molecola, cui presto si sono accompagnati tadalafil, vardenafil e avanafil, non è mai invecchiata. Semmai si è trasformata, seguendo i bisogni della coppia. Se i maschi hanno ancora bisogno di discrezione quando assumono una medicina per l’erezione è un po’ perché sessualità fa sempre rima con intimità, anche nel trattamento farmacologico, e un po’ perché le donne, in questi 20 anni, non hanno per nulla fatto pace con una medicina che continuano troppo spesso a vivere come una sconfitta del loro sex appeal. Ed ecco, assieme a quella del maschio, la metamorfosi del sildenafil: un film orodispersibile che si tiene nel portafoglio. Una medicina travestita da ‘ticket to love'”.

• LA CAMPAGNA TICKET TO LOVE E IL DIGITAL CONTEST

Per aumentare la sensibilizzazione della coppia su questi temi è stata ideata la campagna Ticket to Love – 500 scuse per invitarti a fare l’amore, dedicata al benessere sessuale maschile. Compilando un apposito form sul sito gli utenti del web hanno potuto cimentarsi proponendo le loro scuse e concorrendo così alla vincita di un premio d’eccezione: un viaggio in coppia a New York per visitare il Museum of Sex, esperienza culturale che attraverso l’arte e la tecnologia porta a conoscere il sesso in tutte le sue più diverse forme, e un tour personalizzato nelle location cinematografiche dei più famosi film d’amore della Grande Mela. La scusa vincitrice è stata quella di Monica A. che ha scritto: Mio caro “Ufficiale e gentiluomo” rapiscimi, portami “Via col vento”, “Cantando sotto la pioggia”, dandomi “50 volte il primo bacio” e facendomi volare per un “Ultimo tango a Parigi” per poi portarmi in “Autumn in New York” a visitare “Manhattan”. Vorrei che mi invitassi ad una “Dirty dancing” per creare “Qualcosa di travolgente” nella tua “Beautiful mind”: roba da far diventare viola tutte le “Sfumature di grigio, rosso e

nero” e un po’ di “Paprika” per il nostro incontro. E dopo “Nove settimane e mezzo” di “Benedetta follia” degustando una “American Pie”, salutandoci diremo: “Harry ti presento Sally”.

Il digiuno di lunga vita

Mangiare poco, o addirittura digiunare fa vivere più a lungo? Tra esperimenti sui topi e studi sugli uomini, il dibattito va avanti da qualche anno e appassiona i fautori della cosiddetta restrizione calorica. Un nuovo studio, pubblicato su Cell metabolism, racconta i due anni di dieta a ridotto consumo calorico, circa il 15% in meno rispetto all’introito usuale, di una cinquantina di volontari. I risultati, che leggerete domani su Rsalute, sono incoraggianti, e li racconta Luigi Fontana, ordinario di Medicina e nutrizione all’università di Brescia e alla Washington University di St. Louis.

Per l’allenamento la banana è meglio di uno sport-drink

A sostenerlo uno studio pubblicato sulla rivista Plos One. E’ antinfiammatoria e riduce stress muscolare. E soprattutto è naturale

I CARBOIDRATI rappresentano una specie di carburante per gli sportivi, che siano essi veri e propri professionisti o dei semplici amatori: vengono consumati in fretta e arrivano subito ai muscoli, alimentandoli, e riducendo lo stress fisiologico al quale sono sottoposti. Ma se le bevande sportive per decenni hanno rappresentato una fonte quasi indiscussa di tali sostanze alimentari, da qualche anno i ricercatori hanno iniziato a domandarsi se un ritorno all’alimentazione naturale, come la frutta ad esempio, possa rappresentare un’alternativa comunque valida per le esigenze dell’organismo durante l’esercizio fisico. Una ricerca, pubblicata recentemente sulla rivista scientifica Plos One, con tanto di esami del sangue su una ventina di ciclisti per un’analisi più accurata, decreta la banana come l’alimento più ottimale, declassando così le bevande sportive.
• PER LO SPORT SOLO L’ACQUA NON BASTA

I ricercatori hanno chiesto a 20 ciclisti, uomini e donne, di partecipare a un’estenuante corsa in bicicletta di circa 75 chilometri, bevendo solo acqua. L’esperimento è stato ripetuto successivamente per testare gli effetti fisiologici dovuti in un caso all’assunzione delle bevande sportive e nell’altro a quella delle banane, con due settimane di washout tra i vari test. Ogni volta gli esperti hanno prelevato il sangue degli sportivi prima della corsa o dopo (a 0 ore dalla fine dell’esercizio, a tre quarti d’ora, a un’ora e mezza, e ad altri intervalli di tempo, fino a 45 ore dopo). Lo scopo era quello di andare a esaminare le concetranzioni ematiche di alcuni metaboliti – i cui livelli possono cambiare quando si o meno sotto sforzo, indicando dunque se il fisico è stressato – e alcuni marcatori di infiammazione. Dai risultati ottenuti, i ricercatori hanno riscontrato livelli relativamente alti dei marcatori infiammatori, quando i ciclisti bevevano soltanto acqua. Al contrario, i livelli erano più bassi se gli sportivi avevano assunto la bevanda sportiva o la frutta.

LEGGI – Recuperare energie dopo lo sport? Basta un bicchiere di latte

• LA FRUTTA, UN’ALTERNATIVA ALLE BEVANDE SPORTIVE

Ma andando ad analizzare l’attività di alcuni geni, si sono anche accorti che c’erano delle differenze tra gli effetti dovuti all’assunzione di frutta e bevande sportive: nei ciclisti che avevano mangiato soltanto la banana durante la corsa, i ricercatori hanno scoperto che le cellule del loro sangue producevano il precursore dell’enzima Cox-2 in quantità minore (effetto non riscontrato nelle altre due condizioni, acqua o bevande). Questo enzima induce la produzione di prostaglandine, molecole implicate nei processi infiammatori. Insomma, “la banana sembrerebbe funzionare in modo comparabile ai farmaci antinfiammatori (come l’ibuprofene, ad esempio), che entrano in azione inibendo l’enzima Cox-2”, sottolinea David Nieman, autore principale dello studio e direttore dello Human Performance Lab del North Carolina Research Campus di Kannapolis (Usa). Ma restano ancora alcuni interrogativi in merito: ad esempio, come questo frutto riesca a influenzare l’espressione genica delle cellule dopo l’esercizio fisico, oppure quale sia la quantità ideale di tale frutto durante lo sforzo fisico. Perché se è vero che fornisca una quantità di carboidrati paragonabile

alle bevande sportive, l’esperto chiarisce che il frutto ha anche provocato qualche effetto indesiderato (un po’ di gonfiore negli atleti), che va approfondito con altri studi, così come tanto c’è ancora da indagare sugli effetti di altri tipi di frutta.