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Runner, come affrontare una corsa di 10 km al meglio

DIETRO qualsiasi gara sportiva, c’è un allenamento al quale ogni atleta si sottopone, fatto di dedizione e preparazione muscolare, che dura anche mesi. Ed è fondamentale tenere a mente una raccomandazione: “Vietato sforzarsi durante la settimana della gara. È necessario, in quei giorni, ridurre il volume e l’intensità degli allenamenti”. Parola della sportiva Sara Galimberti, che quest’anno affiancherà Rio Mare per supportare i runner che prenderanno parte domenica 8 aprile alla EA7 Milano Marathon, la maratona più veloce d’Italia, giunta alla sua XVIII edizione.
SPORT, DALL’ALLENAMENTO ALL’ALIMENTAZIONE
Per tutti coloro che vogliono prepararsi al meglio per la maratona, Rio Mare mette a disposizione dei consigli dell’atleta Galimberti, grazie al nuovo progetto Rio Mare Nutre lo Sport, che promuove un’alimentazione funzionale all’attività sportiva. Nella preparazione di ogni atleta è fondamentale, infatti, non soltanto l’allenamento ma anche il seguire una dieta bilanciata per sostenere l’organismo con un giusto apporto di proteine, carboidrati e vitamine.

Per l’allenamento serale, va bene anche la merenda salata, ad esempio una bruschetta (pane integrale) con formaggio spalmabile light oppure tonno e qualche foglia di basilico. Il giorno prima della gara, un ottimo allenamento può consistere in una corsa lenta di 20 minuti e 10 allunghi da 100 metri, così da preparare i muscoli delle gambe alla maratona. Ricordando che prima dell’allenamento è importante dedicare 10-15 minuti agli esercizi di mobilità che interessano spalle, bacino, ginocchia e caviglie, anche attraverso qualche molleggio sulla punta dei piedi. E dedicare lo stesso periodo di tempo dopo l’allenamento allo stretching, che aiuterà a rilassare i muscoli.

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• PER CHI È ALLE PRIME ARMI
Se si ci affaccia per la prima volta al mondo del running, è necessario iniziare la preparazione qualche mese prima (si tratta di 2-3 mesi antecedenti alla gara), alternare la corsa a una camminata più leggera (ad esempio 2 minuti di corsa e 1 minuto di camminata, per un totale di 40 minuti). Per chi è invece più esperto, l’allenamento può essere basato su esercizi un po’ più impegnativi, 3 volte a settimana. E nel mese che precede la gara, al via lo sprint finale con 3 allenamenti specifici: 10 ripetizioni per 400 mt, a cui far seguire un recupero e una corsa leggera di 200 metri; una corsa di 12 o 14 km di qualche secondo più lenta rispetto alla gara di 10 km; corsa lenta di 16 o 18 km.

Nasce l’Atlante genetico dei tumori, per individuare terapie più precise

Identificate le 10mila anomalie che li scatenano

E’ PRONTO l’Atlante genetico dei tumori: raccoglie l’identikit di 10.000 anomalie genetiche da colpire e permetterà di ottenere cure più precise. E’ un’impresa colossale, pubblicata in 29 articoli su 4 riviste scientifiche, ed è il frutto di 10 anni di ricerche del progetto internazionale Atlante del genoma del cancro, guidato dagli americani del National Institutes of Health (Nih), che lo hanno finanziato con 300 milioni di dollari.

Dopo aver analizzato i dati genomici e molecolari che caratterizzano 33 tipi diversi di cancro, studiati su oltre 10mila pazienti, è stato messo a punto il primo Atlante del cancro e delle mutazioni che possono caratterizzarlo. Ad annunciarlo sono stati i ricercatori che hanno preso parte alla Pan-Cancer Initiative, una mega-collaborazione lanciata nel 2012 con lo scopo di studiare i tumori da una nuova angolazione, quella molecolare. Il Pan-Cancer Atlas è la mappa più completa del cancro creata fino ad ora. E’ il risultato di uno sforzo americano congiunto tra il National Cancer Institute (NCI) e il The National Human Genome Research Institute (NHGRI). I risultati sono stati raccolti in 27 articoli scientifici diversi, pubblicati su numerose riviste, come Cell, Cancer Cell, Cell Reports e Immunity. Le implicazioni sono importantissime e promettono di rivoluzionare l’approccio terapeutico al cancro. La prima importante conclusione raggiunta dai ricercatori è che i tumori che originano da diversi organi possono condividere aspetti comuni a livello molecolare, mentre i tumori che nascono nello stesso tessuto o organo possono avere profili genomici diversi.

Le informazioni ottenute “possono avere implicazioni cliniche reali”, ha detto Josh Stuart, docente dell’Università della Califarnio di Santa Cruz e organizzatore della Pan-Cancer Initiative. “In alcuni casi, si potranno prendere in prestito pratiche cliniche utilizzate per malattie più note e applicarle a tumori per i quali le opzioni di trattamento sono meno ben definite”, ha aggiunto. I ricercatori hanno dimostrato che tutti i 33 tipi di tumore potrebbero essere riclassificati in 28 sottotipi molecolari diversi, in base al loro patrimonio genetico e cellulare e indipendentemente dal loro sito di origine anatomica. Quasi due terzi di questi sottotipi prima erano considerati eterogenei in base alle caratteristiche istologiche e sarebbero stati quindi trattati in modo diverso.

Già in uno studio precedente gli stessi ricercatori avevano dimostrato che, usando le nuove informazioni, un caso di cancro su 10 verrebbe classificato diversamente con implicazioni sia nel trattamento che negli studi clinici. “Piuttosto che l’organo di origine, ora possiamo  utilizzare le caratteristiche molecolari per identificare la cellula di origine del cancro – ha detto Li Ding della Washington University e il principale scienziato del TCGA – .Stiamo osservando quali geni sono ‘attivati’ nel tumore  e questo ci porta a un particolare tipo di cellula. Per esempio, i tumori a cellule squamose possono insorgere a livello polmonare, vescicale, cervicale e alcuni tumori della testa e del collo. Tradizionalmente abbiamo trattato i tumori in queste aree come malattie completamente diverse, ma studiando le loro caratteristiche molecolari, ora sappiamo che questi tumori sono strettamente correlati. I tumori originati, per esempio, nelle cellule epiteliali che rivestono vari organi sono strettamente correlati, indipendentemente dalla loro posizione”.  Inoltre, nel lavoro, i ricercatori hanno identificato circa 300 geni che guidano la crescita del tumore. E hanno scoperto che poco più della metà di tutti i tumori analizzati hanno mutazioni genetiche che potrebbero essere prese di mira da terapie già approvate per l’uso nei pazienti. Gli scienziati hanno anche raccolto importanti informazioni circa le origini delle mutazioni che portano al cancro, che non sono tutte ereditarie.

“Per i 10.000 tumori che abbiamo analizzato, ora sappiamo – in dettaglio – quali sono le mutazioni ereditate responsabili del cancro e quali sono gli errori genetici che si accumulano quando le persone invecchiano, aumentando così il rischio di cancro”, ha detto Ding. Questo atlante potrebbe dare anche un’importante spinta all’immunoterapia, contribuendo a identificare quali tumori – caratterizzati da determinate mutazioni – possono beneficiare dei cosiddetti inibitori del checkpoint, ovvero farmaci che “sbloccano” la risposta del sistema immunitario contro il cancro. Infine, i risultati del lavoro potrebbero essere utilizzati per riesaminare i dati di precedenti studi clinici. Molte volte, una piccola percentuale di pazienti in un dato studio ha risposto bene a una terapia sperimentale, ma molti altri no e i ricercatori non hanno capito il perchè.
Forse un farmaco non è stato approvato a causa di questi risultati contraddittori, ma alcuni pazienti con determinate mutazioni del cancro potrebbero trarne beneficio. Il nuovo atlante potrebbe rimettere in gioco queste terapie.

“E’ una vera e propria rivoluzione per il trattamento del cancro”, commenta il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università Tor Vergata di Roma. “Grazie a questo Atlante abbiamo la carta d’identità dei tumori e possiamo offrire ai pazienti trattamenti personalizzati. I ricercatori sono riusciti a identificare sia le mutazioni “driver”, quelle che conducono la “macchina” del cancro, che quelle “passenger”, che danno una mano al cancro nel suo progredire. Questo – ha detto Novelli – ci mette nelle condizioni di conoscere le strade percorse dal cancro e ci consente di mettere dei blocchi in più punti per fermare il suo cammino”.

Dai bambini agli over-60, tetti spesa per i celiaci

Diagnosi in crescita del 10% l’anno, 400mila i malati ‘ignari’

I TETTI di spesa per l’acquisto degli alimenti senza glutine per i celiaci sono fissati in base all’età, al genere ed ai relativi fabbisogni calorici dei pazienti. Il nuovo decreto per l’assistenza ai celiaci, la cui approvazione è attesa domani in Conferenza Stato-Regioni, fissa i nuovi tetti aggiornati.

LEGGI – Garantita l’assistenza ai celiaci, alimenti gratis a 200mila

Nelle fasce di età 6 mesi-5 anni e 6-9 anni, il tetto sale a 56 e 70 euro, rispettivamente per bambine e bambini. Dai 10 ai 13 anni il tetto sale a 100 euro per i maschi e 90 euro per le femmine. Dai 14 ai 17 anni diventa 124 euro per i maschi e 99 euro per le femmine, per poi scendere nella fascia 18-59 anni a 110 euro per i primi e 90 per le seconde. Negli over 60, invece, il limite massimo di spesa mensile scende a 89 euro per i maschi e 75 euro per le femmine.

L’erogazione gratuita degli alimenti senza glutine “resta una ‘eccellenza’ tra le forme di assistenza del panorama internazionale”, afferma l’Associazione italiana celiachia (Aic). In Europa ci sono infatti Paesi che non prevedono alcun sostegno alla terapia (Spagna e Irlanda), altri che garantiscono pochi alimenti essenziali (10Kg/mese di farina in Croazia, 5kg/mese di farina in Serbia), altri ancora riconoscono un sostegno economico (Finlandia, Francia, Belgio, Danimarca e Norvegia) oppure consentono di detrarre dalle imposte parte dei costi sostenuti (ad esempio Russia, Germania, Olanda e Portogallo) oppure prevedono il pagamento di un ticket per la terapia dei celiaci (UK). L’Italia dunque ‘si distingue’ in positivo, a fronte di un numero di diagnosi di celiachia che cresce del 10% l’anno.

LEGGI – Il boom dei celiaci ‘per moda’. Sei milioni di italiani consumano cibo per intolleranti senza esserlo

Attualmente si stimano nel nostro Paese 198mila celiaci, circa 16.000 in più rispetto

all’anno precedente. Ma a preoccupare è anche l’enorme ‘sommerso’ della malattia, tanto che si stima che siano 408.000 i celiaci non ancora diagnosticati in Italia, come emerge dalla Relazione sulla celiachia 2016 del ministero della Salute al Parlamento.

Il digiuno di lunga vita

Mangiare poco, o addirittura digiunare fa vivere più a lungo? Tra esperimenti sui topi e studi sugli uomini, il dibattito va avanti da qualche anno e appassiona i fautori della cosiddetta restrizione calorica. Un nuovo studio, pubblicato su Cell metabolism, racconta i due anni di dieta a ridotto consumo calorico, circa il 15% in meno rispetto all’introito usuale, di una cinquantina di volontari. I risultati, che leggerete domani su Rsalute, sono incoraggianti, e li racconta Luigi Fontana, ordinario di Medicina e nutrizione all’università di Brescia e alla Washington University di St. Louis.

Personal trainer negli smartphone, gli utenti non riescono più a farne a meno

L’indagine di Mobiquity su un campione di mille internauti che fanno uso di app di benessere, fitness e salute, evidenzia che un intervistato su quattro consulta i programmi più volte al giorno. Anticipando la rivoluzione del “wearable”

 

LUNGI ormai dall’essere solo ‘telefoni’ per chiamare qualcuno, gli smartphone tra i vari ruoli ‘tuttofare’ si sono guadagnati pure quello di personal trainer: grazie alle centinaia di applicazioni a tema, sempre più spesso abbinate a braccialetti ‘smart’ dotati di sensori evoluti. La conferma arriva dagli Usa, usuali anticipatori delle tendenze ‘tech’, dove secondo uno studio la maggior parte degli utenti di applicazioni fitness non riesce più a farne a meno.

L’indagine, condotta a marzo scorso da Research Now per Mobiquity su un campione di mille internauti che fanno uso di app di benessere, fitness e salute dal proprio smartphone, evidenzia che un intervistato su quattro consulta questi programmi più volte al giorno. Quasi la metà (il 45%) almeno una volta al giorno. Il 18% vi accede almeno una volta a settimana.
Inoltre quasi due terzi degli interpellati pensa che userà questo tipo di applicazioni sempre più frequentemente nei prossimi cinque anni. La ragione principale che spinge ad usare queste queste ‘app’ è la verifica – quasi maniacale in certi casi – dei risultati raggiunti, ad esempio una certa quantità di chilometri raggiunta con la corsa mattutina o i chili persi grazie a dieta ed esercizio fisico. Tale ragione è indicata da tre utenti su 10. In secondo luogo incidono pure la consapevolezza dell’importanza del benessere e la motivazione a svolgere determinate attività.

Se le applicazioni fitness sono una moda inarrestabile, la loro crescita va di pari passo con la diffusione e l’abbinamento a tutta la schiera di dispositivi elettronici ‘indossabili’ sul mercato. Non solo fasce con sensori da portare al braccio quando si fa attività fisica, ma braccialetti e smartwatch da portare sempre al polso e che fanno molto di più che contare i passi o misurare il battito cardiaco. Secondo un altro studio, sempre su base americana, di Nielsen (relativo a novembre scorso), i più propensi ad usare braccialetti fitness sono giovani dai 25 ai 34 anni. Un’indagine di ON World ha inoltre evidenziato che il 75% degli americani è ormai convinto che la cosiddetta tecnologia indossabile avrà un impatto positivo su salute, benessere e sport.

Gli oggetti più ambiti risultano gli smartwatch (tipo i Gear di Samsung) seguiti dai braccialetti fitness (come Jawbone o Fitbit) e poi da occhiali stile Google Glass e abbigliamento ‘smart’. Non è un caso se si stanno interessando all’argomento anche colossi apparentemente ‘estranei’ al settore. Ultima Facebook che ha acquistato ProtoGeo, madre dell’app per il fitness, Moves. Ilprossimo sistema operativo mobile di Apple, iOS8, secondo più di un’indiscrezione sarà molto centrato sull’aspetto salute e benessere. Probabilmente anche in vista di un iWatch, gadget sempre più atteso su un mercato già abbastanza affollato. Pare anche che i prossimi auricolari di Cupertino includeranno sensori per misurare battito cardiaco e pressione. Peculiarità che invece già hanno quelli mostrati da Intel a Las Vegas all’ultimo CES International.

Obesità: tessuti in-vitro per studiarla senza test sugli animali

Obesità: tessuti in-vitro per studiarla senza test sugli animali

 

Attraverso il ricorso a tessuti ingegnerizzati capaci di riprodurre esattamente le funzioni metaboliche delle cellule umane sarà possibile studiare i disordini metabolici dovuti all’eccesso di nutrizione senza ricorrere alle cavie animali.

La metodica, descritta nelle pagine della rivista PlosONe, è stata messa a punto dal gruppo di ricerca del Centro Piaggio dell’Università di Pisa guidato dalla direttrice Arti Ahluwalia, che spiega: «Fino ad oggi, l’uso di modelli animali per lo studio di disturbi metabolici era l’unico metodo esistente. Ma è un metodo con dei limiti perché l’obesità è un disturbo prettamente umano, e dipende dalla dieta e dallo stile di vita e questo è difficilmente riproducibile negli animali, che raramente mangiano più del necessario».

I ricercatori del Centro Piaggio hanno quindi sviluppato un sistema in-vitro composto da più tessuti (grasso, fegato e tessuto vascolare) connessi tramite canali microfluidici per studiare l’insorgere di danni vascolari e segni di infiammazione sistemica legati all’aumento di tessuto adiposo fino a quantità che corrispondono nell’uomo a sovrappeso e obesità. Il risultato osservato è stato che i danni ai tessuti aumentano in modo proporzionale alla quantità di grasso, il che apre la strada per comprendere i meccanismi cellulari che sottendono la risposta dei tessuti all’eccesso di nutrizione.

«Da molti anni ormai – conclude la professoressa Ahluwalia – il Centro Piaggio dell’Università di Pisa è all’avanguardia nello studio di alternative alla sperimentazione animale. Non è una scelta dettata dall’ideologia, ma dall’evidenza sperimentale e dal progresso scientifico, che ci dicono che questa è una strada migliore per avere modelli sempre più precisi dei sistemi biologici, migliorando quindi al contempo le condizioni dell’uomo e degli animali, e approfondendo le nostre conoscenze su come funziona il nostro corpo»

fonte la stampa

Vent’anni fa iniziava l’era del Viagra, 65 milioni di prescrizioni al mondo

Il 27 marzo del 1998 l’Fda approvava la prima cura per la disfunzione erettile

SONO PASSATI 20 anni dall’approvazione del Viagra da parte dell’Fda. Quella data, il 27 marzo del 1998, dava il via ll’era della pillola blu più famosa al mondo, la prima cura per la disfunzione erettile. Un farmaco, ricordano gli esperti, che è riuscito a cambiare anche il modo di vedere una malattia, al punto da ‘portare’ per la prima volta anche le donne negli studi degli andrologi.

• SCOPERTO PER CASO
La scoperta fu casuale: all’inizio degli anni ’90 alcune squadre di Pfizer stavano sperimentando un nuovo farmaco chiamato Sildenafil contro ipertensione e angina. Non si rivelò utile per placare il dolore toracico, ma il medicinale ebbe sugli uomini un inatteso effetto collaterale, l’erezione. La maggioranza dei volontari uomini che parteciparono agli esperimenti riferirono inoltre di un significativo miglioramento della loro vita sessuale. A quel punto Pfizer cominciò a concentrare le ricerche sull’impotenza maschile, problema che colpisce un terzo degli uomini sopra i 40 anni. Da qui l’utilizzo ‘principe’ della pillola. “Vent’anni fa si parlava solo di impotenza, fu proprio il Viagra a introdurre il concetto di disfunzione erettile – racconta Alessandro Palmieri, presidente della Società Italiana di Andrologia -. Per il medico l’arrivo del farmaco ha voluto dire avere finalmente un’arma a disposizione contro il problema, mentre finalmente i pazienti sono ‘usciti allo scoperto’, mentre prima non ne parlavano. Addirittura sono state le coppie, e non solo gli uomini, ad entrare negli studi, e questa è stata una rivoluzione”.

I 100 ESPERTI – Sessualità, fai una domanda alla nostra esperta 
I consigli dell’andrologo

• IL SUCCESSO
Dopo il via libera dell’Fda il successo del Viagra fu immediato: 150mila prescrizioni furono scritte negli Usa solo nelle prime due settimane in cui il farmaco fu messo in vendita. E   prima ancora che arrivasse nelle farmacie di altri Paesi giunse sul mercato nero in Israele, Polonia e Arabia Saudita a prezzi cinque volte superiori al costo legale negli Usa. Dopo il lancio ufficiale in Europa a settembre del 1998, la pillola blu diventò per Pfizer una significativa fonte di reddito, e ad aumentarne la notorietà furono le campagne pubblicitarie del candidato alle presidenziali Usa Bob Dole nel 1999 e della leggenda del calcio Pele nel 2002. Secondo gli ultimi dati disponibili solo in Italia sarebbero state vendute 86 milioni di pillole nei primi 18 anni di commercializzazione.

LEGGI – Cura l’impotenza senza farmaci,il 70% migliora con onde d’urto

Oggi sono circa 65 milioni le prescrizioni di Viagra fatte nel mondo e la sua commercializzazione è giunta in coincidenza con l’avvento di internet e l’esplosione della pornografia online. Presto il Viagra è divenato anche il farmaco più falsificato. Con questa pillola è cambiato anche il lessico del marketing, che è passato dal parlare di “impotenza maschile” al riferimento alla “disfunzione erettile”, uno status medico che può ormai essere curato. Va detto che questo farmaco non è indicato per pazienti con severe cardiopatie o gravi problemi vascolari. Anche chi sperimenta fiato corto e dolore al petto dopo un esercizio fisico leggero non dovrebbe prendere la pillola blu.

• UNA RIVOLUZIONE PER GLI UOMINI
Secondo gli esperti si tratta di una rivoluzione paragonabile a quella della pillola anticoncezionale, che ha aiutato milioni di uomini alle prese con l’impotenza. “Almeno il 30% degli uomini ha provato una volta nella vita la pillola blu e l’impatto è paragonabile a livello sociale a quello della pillola anticoncezionale che ha ridisegnato la sessualità della donna liberandola da moli vincoli sociali – spiega Vincenzo Mirone, ex presidente e ora consigliere della Società italiana di urologia (Siu) – Ha ridato fiducia a molti uomini e una vita sessuale anche dopo i 60-70 anni”.

“Questo farmaco e gli altri che sono arrivati dopo – aggiunge l’urologo – sono riusciti a ridisegnare anche l’andropausa, perché chi per problemi di salute correlati aveva abbandonato l’attività sessualità l’ha ritrovata, tornado anche a una nuova consapevolezza e sicurezza”. Ora il futuro nel campo della disfunzione erettile “è la prevenzione, intercettare il danno in chi ha 40 anni e non troppo tardi come ancora troppo spesso avviene”.

• LE DONNE SENZA PILLOLA PER LA LIBIODO
Le donne che soffrono di disfunzioni e perdita di libido sono ancora in attesa di un rimedio che possa permettere anche a loro di ritrovare una vita sessuale appagante, sottolineano alcuni esperti. “Le donne sono rimaste fuori dalla rivoluzione per il miglioramento della sessualità”, dichiara Nachum Katlowitz, direttore del reparto di urologia e fertilità dell’ospedale dell’università di Staten Island. Nel 2015 la Fda ha approvato il Flibanserin, commercializzato negli Usa con il nome Addyi e definito ‘Viagra femminile’, presentato come trattamento per ravvivare la libido delle donne. Ma dal suo lancio è stato al centro di controversie: dal momento che appartiene alla famiglia degli antidepressivi è sconsigliato di consumare alcol al tempo stesso, costa diverse centinaia di dollari e può avere effetti secondari significativi come nausea, vomito e pensieri di tirinnanzi Pier Francesco

Salute del rene e fertilità femminile. Attenzione anche durante la gravidanza

Giovedì 8 marzo la Giornata Mondiale dedicata al rene e quest’anno collegata al benessere della donna

È dipeso tutto dalla concomitanza: tra la festa della donna e la giornata mondiale per la salute del rene. Si spiega così la scelta dei nefrologi di dedicare l’appuntamento annuale proprio alla salute in rosa. Focus su due aspetti: le malattie renali croniche e le ripercussioni legate a una precaria salute dei «filtri» del nostro corpo durante la gravidanza.

Per le donne c’è il rischio di calo della fertilità

«La malattie renali croniche sono un fattore di rischio dimostrato in gravidanza e la loro presenza può ridurre la fertilità – afferma Giorgina Piccoli, nefrologa all’ospedale di Le Mans (Francia) e referente del gruppo rene e gravidanza della Società Italiana di Nefrologia, che in Italia organizza la giornata mondiale assieme alla Fondazione Italiana del Rene Onlus -. Le donne che soffrono di malattie renali croniche corrono un rischio più elevato di sviluppare problemi in gravidanza, con complicazioni sia per la madre che per il bambino. Il rischio aumenta con l’aumentare della gravità della malattia, che peraltro comporta una maggiore probabilità di sviluppare ipertensione e preeclampsia. Fino all’eventualità di dover partorire prima del termine».

Quali sono le malattie renali di cui soffre più di frequente una donna? La nefropatia lupica e la pielonefrite acuta. La prima è di origine autoimmune, in cui i meccanismi di difesa dell’organismo attaccano le sue stesse cellule e interessano vari organi: tra cui il rene. La seconda è la conseguenza di un’infezione renale, che nel corso della vita arriva a colpire una donna su due.

Oltre 100 eventi in Italia per la giornata mondiale

Sono spesso trascurate, poiché non considerate in grado di mettere a repentaglio la vita. Ma le malattie renali rappresentano un rilevante problema di salute pubblica anche in Italia, dove a soffrirne sono almeno 3,5 milioni di persone: in maniera pressoché equa, tra uomini e donne. Nell’ultimo stadio delle malattie croniche, il ricorso alla dialisi o al trapianto diviene inevitabile.

Come spiega Tino Gesualdo, direttore dell’unità operativa complessa di nefrologia, dialisi e trapianto del policlinico di Bari e presidente della Società Italiana di Neurologia, «nel nostro Paese ci sono diverse centinaia di migliaia di persone che non sanno ancora di soffrire di una malattia renale cronica. Il problema è che il decorso di queste malattie è spesso silente quasi fino alle fasi finali, quando lo spazio di intervento è circoscritto alle terapie più invasive»: che sono quelle già citate. Anche per questo motivo, in occasione della giornata mondiale, è previsto un fitto calendario di eventi in tutta Italia . Porte aperte nelle nefrologie, test diagnostici per le malattie renali nelle principali piazze dei capoluoghi di regione, conferenze pubbliche tenute da specialisti nefrologi: tutto ciò per sensibilizzare la popolazione sul tema e far emergere la quota sommersa di pazienti già alle prese con problemi legati alla salute dei reni.

Twitter @fabioditodaro

Dalle demenze all’Alzheimer: il mondo del nostro cervello osservato speciale per una settimana

Dal 12 al 18 marzo Brain Awareness Week : anche in Italia iniziative per comunicare gli avanzamenti nelle neuroscienze

Al via oggi in tutto il mondo la settimana del cervello, la «Brain Awareness Week», l’annuale iniziativa dedicata alla comunicazione delle neuroscienze promossa in Europa dalla European Dana Alliance for the Brain e, negli USA, dalla Dana Alliance for the Brain Initiatives e dalla Society for Neuroscience.

La SIN Società italiana di neurologia, che aderisce alla giornata dal 2010, ricorda i progressi della ricerca in campo diagnostico e terapeutico per alcune delle malattie che riguardano il sistema nervoso, che complessivamente colpiscono circa 5 milioni di italiani. Demenze, Alzheimer, sclerosi multipla, ma anche i disturbi del sonno che colpiscono circa 13 milioni di italiani, e le malattie neuromuscolari, di cui si è appena celebrata la seconda giornata nazionale e che la SIN ha deciso di mettere al centro della sua campagna di sensibilizzazione.

Lo slogan scelto per questa edizione 2018 della Brain Awareness Week è, infatti, «Non c’è muscolo senza cervello» perché, come ha spiegato Gianluigi Mancardi, Presidente della SIN e Direttore della Clinica Neurologica Università di Genova «grazie al cervello e al sistema motorio si determina qualunque movimento del nostro corpo. L’ordine, infatti, parte dal cervello, viaggia lungo i nervi periferici e poi giunge al muscolo che si contrae e causa il movimento. D’altra parte, se è vero che i nervi e i muscoli dipendono dal cervello, allo stesso tempo si può affermare che i nervi e i muscoli influenzano il cervello e il sistema nervoso, fornendo segnali e sostanze nutritive ai neuroni del midollo spinale e contribuendo, attraverso l’esercizio muscolare e l’allenamento, a inviare segnali positivi di sopravvivenza ai neuroni. Il nostro sistema nervoso centrale e l’apparato neuromuscolare sono, quindi, un tutt’uno che lavora sempre in sinergia, influenzandosi continuamente nel corso del tempo».

 

Ma nella «Settimana del cervello» non si parlerà solo di patologie: attraverso esperienze in prima persona, open-lab, proiezioni cinematografiche e incontri con gli scienziati, il pubblico potrà conoscere i più recenti avanzamenti della ricerca neuroscientifica e le metodiche d’avanguardia con le quali viene condotta.

 

Per consultare le numerose iniziative in programma sul territorio nazionale dal 12 al 18 marzo, consultare il sito della SIN e in quello della Dana Foundation.

http://www.neuro.it/public/settimana_del_cervello.php

http://www.dana.org/baw/calendar/

Funghi della pelle, le parti del corpo più soggette e i rimedi possibili

Le micosi della pelle, le infezioni causate da funghi patogeni o miceti, sono estremamente frequenti e in costante aumento a causa dello stile di vita odierno. Molte persone le sviluppano a causa dell’assidua frequentazione di saune, palestre, piscine o comunque ambienti caldo umidi che ne favoriscono l’insediamento cutaneo.

I miceti, inoltre, attaccano e trovano vita facile tanto più il sistema immunitario è indebolito dallo stress cronico, ma anche da terapie antibiotiche prolungate o frequenti, dall’uso continuo di cortisonici o da trattamenti che determinano immunosoppressione come la radio o la chemioterapia.

Non è affatto raro, quindi, che all’avvicinarsi della primavera ci si ritrovi a fare i conti con fastidiose infezioni micotiche, anche a causa della debilitazione delle difese immunitarie messe a dura prova da virus influenzali e parainfluenzali e relative terapie.

 

INFEZIONI MICOTICHE: I PUNTI DEL CORPO IN CUI SONO PIU’ FREQUENTI

«Le infezioni micotiche cutanee, di più comune riscontro nella pratica dermatologica, sono causate da un gruppo eterogeneo di parassiti: i dermatofiti, i lieviti e le muffe. Tali microrganismi sono accomunati dalla capacità di sintetizzare la cheratinasi, un enzima che serve alla degradazione della cheratina degli epiteli cheratinizzati indispensabile alla loro sopravvivenza all’interno dello strato corneo cutaneo, delle unghie, dei peli e dei capelli» spiega il dottor Gianni Montesi Specialista in Dermatologia e Venereologia all’Ospedale Israelitico di Roma.

Nella metà dei casi le micosi sono causate proprio dai dermatofiti: «Il termine tinea, seguito dal nome dell’area interessata dall’infezione, indica la sede della micosi in atto. Tinea capitis se interessa il cuoio capelluto, tinea corporis se è interessato il tronco, tinea cruris se ad essere interessata è la regione inguinale, tinea manus, tine pedis, tinea unguium. Si parla di «intertrigo micotica», infine, se l’infezione interessa le pieghe come quella ascellare, inguinale o sottomammaria» chiarisce ancora il dottor Montesi .

ATTENZIONE ALLA SUDORAZIONE

Molte delle micosi di comune riscontro tendono a comparire nel periodo primaverile – estivo a causa dei cambiamenti della temperatura, dell’umidità cutanea e della produzione di sebo tipici di queste stagioni.

Il piede d’atleta è sicuramente una delle infezioni micotiche più diffuse e fastidiose: «Il piede d’atleta (tinea pedis), è causato da funghi del genere Tricophyton o più comunemente dalla Candida- spiega il dottor Montesi- Il persistere dell’umidità tra le dita dei piedi causato dall’ipersudorazione determinata dall’uso frequente di scarpe antitraspiranti o semplicemente dalla mancata asciugatura degli spazi interdigitali dopo la doccia, determina la comparsa di macerazione e fessurazione cutanea, un ambiente ideale per la proliferazione dei funghi.

Queste micosi sono difficili da debellare se non si interviene con una corretta asciugatura e con delle polveri antimicotiche che, oltre all’effetto antifungino, contribuiscono a tenere asciutta l’area dove vengono applicate».

LE ASCELLE E LA PARTE SOTTOSTANTE DEL SENO

Un discorso analogo può essere fatto per le micosi del cavo ascellare, del solco sottomammario e dell’inguine come precisa il dottor Montesi: «Le micosi in questi distretti anatomici sono più frequenti nei soggetti affetti da diabete e nei pazienti immunocompromessi, nei quali la stagione estiva può contribuire al peggioramento dei sintomi. Tali micosi sono molto spesso causate dalla Candida e si presentano con delle aree eritematose accompagnate da prurito e bruciore. La terapia si avvale sempre di una corretta asciugatura della zona e dell’utilizzo di creme o polveri antimicotiche associate a prodotti a base di eosina, sucralfato, solfato di rame o di zinco e i silicati che contribuiscono a ridurre l’infiammazione, l’umidità e la carica batterica della superficie cutanea».

LE MICOSI NELLE UNGHIE DELLE MANI E DEI PIEDI

Quando le infezioni micotiche interessano le unghie delle mani o dei piedi si parla di onicomicosi. «Queste infezioni insorgono più frequentemente tra i 20 e i 50 anni e sono molto comuni nei soggetti che presentano alterazioni della circolazione arteriosa, che indossano calzature poco traspiranti e che frequentano piscine, palestre e saune- spiega ancora il dottor Montesi che conclude- Le onicomicosi possono insorgere su unghie sane (onicomicosi primaria) oppure su unghie interessate da un’altra patologia (onicomicosi secondaria). L‘infezione può manifestarsi ai margini subungueali e coinvolgere la lamina ungueale in senso centripeto, può interessare solo la superficie della lamina ungueale, oppure può colpire inizialmente la porzione prossimale dell’unghia e poi migrare verso il margine libero. Tutte le onicomicosi, a prescindere dall’agente eziologico che le determina, sono di difficile eradicazione: è sempre consigliabile eseguire in laboratori attrezzati un esame microscopico e colturale dell’unghia in questione con lo scopo di identificare l’agente patogeno. La terapia normalmente si protrae per alcuni mesi soprattutto nelle onicomicosi dei piedi e consiste nell’applicare quotidianamente smalti antimicotici associati a farmaci antimicotici per bocca per 7 giorni al mese per alcuni mesi. Al termine della terapia si attende un mese e si ripete l’esame microscopico e colturale per essere certi dell’avvenuta guarigione».