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Chili di troppo? Colpevoli i grassi, non i carboidrati

Secondo lo studio della Chinese Academy of Sciences gli zuccheri avrebbero un impatto minore sull’aumento di peso: la spiegazione sarebbe nella maggiore stimolazione di centri cerebrali della ricompensa, che spingerebbero a mangiare di più

BURRO o zucchero, cosa fa più ingrassare? A porsi questa domanda è stato un team di ricerca guidato dalla Chinese Academy of Sciences, a Pechino, che ha studiato il sovrappeso e l’obesità – un problema di salute pubblica che colpisce ben un italiano su tre – analizzando su modello animale il ruolo deicarboidrati, in questo caso gli zuccheri, e dei grassi. Secondo l’indagine, nel topo una dieta molto ricca in grassi, fino al 60% della composizione totale, aumenta la quantità di massa grassa e peso corporeo, un fenomeno che non avviene quando l’alimentazione è fondata soprattutto sui carboidrati. I risultatisu Cell Metabolism.

 

• LO STUDIO 
Lo studio ha incluso 30 diversi regimi che variano nel contenuto di grassi, proteine e carboidrati, i tre macronutrienti che compongono la nostra alimentazione. Fra i carboidrati, l’analisi ha riguardato soprattutto il saccarosio, il comune zucchero. La dieta è stata seguita dai topi per tre mesi, un periodo di tempo che corrisponderebbe circa a 9 anni per un essere umano. In totale, sono state effettuate più di 100mila misurazioni sul peso corporeo degli animali, mentre la loro massa grassa è stata valutata tramite risonanza magnetica.

 

In base ai risultati, ciò che fa aumentare l’adipe, ovvero il grasso sottocutaneo, sono i lipidi, mentre i carboidrati (circa il 30% delle calorie proveniva da saccarosio) non hanno mostrato alcun effetto e non hanno accresciuto la massa adiposa. Questo risultato è abbastanza sorprendente, secondo gli autori, dato che le linee guida internazionali raccomandano di assumere zuccheri nella dieta al massimo per il 10%, mentre secondo la ricerca corrente se si assumessero zuccheri fino al 30% della composizione dell’alimentazione giornaliera, questo non avrebbe effetti sulla massa grassa e sulla fame (ma forse sul metabolismo complessivo sì). Il risultato presenta comunque dei limiti, come riconosciuto dagli stessi autori, dato che è stato svolto su topi.

Le ragioni di questo risultato, proseguono i ricercatori, sono da rintracciare nel funzionamento del cervello. Secondo gli autori, stando ai risultati della risonanza magnetica, un’alimentazione molto ricca di lipidi (fino al 60% della composizione totale della dieta) fa ingrassare il topo perché stimola i centri cerebrali della ricompensa, causando l’aumento del consumo di questi alimenti e una maggiore assunzione di calorie. Alcuni percorsi cerebrali, simili a vere e proprie strade, ma fatti di cellule, si sono attivati maggiormente, come si legge nello studio: ad esempio quello della dopamina nella regione cerebrale dell’ipotalamo. Così l’animale continua a mangiare e supera il suo fabbisogno energetico, ingrassando.

• LA SAZIETÀ È COMPLESSA
Insomma, sono i grassi a far ingrassare? “L’articolo è interessante – spiega Filippo Rossi, ricercatore della facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – il risultato viene motivato con il fatto che i lipidi sembrano stimolare maggiormente, nel topo, i centri cerebrali del piacere olfattivo/gustativo: questo elemento spingerebbe l’animale ad avere più fame e a mangiare di più, superando così le ‘colonne d’Ercole’ del suo fabbisogno energetico. Ma da questo studio non si può trarre la conclusione che i carboidrati non facciano ingrassare”.

Inoltre, prosegue l’esperto, ci sono diverse evidenze opposte. “Sono stati pubblicati vari studi – sottolinea Rossi – che mostrano che i carboidrati ad alto indice glicemico favoriscono la fame e l’assunzione di calorie. Altre ricerche, condotte sia sull’uomo che sugli animali, indicano che un maggior potere saziante derivi dalle proteine più che dai carboidrati e dai lipidi”.

L’appetito è regolato sia chimicamente sia fisicamente prosegue Rossi, e la componente fisica è rappresentata dalle dimensioni dell’alimento, per cui cibi a bassa densità energetica, ma molto voluminosi, come frutta e verdura, hanno un buon potere saziante. “Invece, la parte chimica della fame è regolata da un insieme di fattori, che si sostengono e si influenzano fra loro – aggiunge l’esperto – in passato, si dava importanza solo ad alcuni ormoni digestivi, come la colecistochinina Cck e poi all’insulina. Adesso si è scoperto che la stimolazione dei recettori del piacere alimentare ha un ruolo importante. Oggi, questa prova, su modello animale, sottolinea l’importanza dei lipidi, ma la situazione è sicuramente molto complessa e non si può dedurre che aumentare lo zucchero faccia bene o sia una soluzione, se non altro perché il diabete sarebbe dietro l’angolo”.

• COSA FA INGRASSARE 
Ciò che fa ingrassare è l’eccesso di calorie, concordano gli esperti, dunque un maggiore ingresso di energia rispetto a quanto ne viene spesa, il tutto in base al proprio fabbisogno energetico. Mentre in generale un pasto iperlipidico – che non deve diventare la norma – riduce il picco glicemico, come spiega Ilenia Ventura, biologo nutrizionista, calmando la fame più di un pasto a base di carboidrati complessi e zuccheri. Per questo, secondo l’esperta, lo studio su Cell Metabolism è in controtendenza rispetto al trend di ricerca attuale, che sta rivalutando i grassi, soprattutto quelli sani.

“Circa il 25-30% delle calorie giornaliere deve arrivare dai lipidi – spiega Ventura – di cui due terzi da quelli monoinsaturi (quelli dell’olio d’oliva) e polinsaturi (come gli omega 3), mentre circa un terzo da grassi saturi”. I grassi meno buoni, anche per la salute cardiovascolare, sono quelli trans, contenuti in vari prodotti industriali, come merendine, biscotti o altri alimenti elaborati, per i quali non bisogna eccedere nel consumo. Ciò che più fa male, conclude Ventura, non è il grasso sottocute, ma quello viscerale, che è distribuito negli organi interni e che è stato maggiormente correlato con il rischio cardiovascolare.

Inutile parlare al feto, meglio fargli sentire la musica di Bach

BACH piace ai bambini già prima di nascere. Tanto da indurli a muovere la testa, le braccia e la bocca. Movimenti che, invece, non si verificano se ascoltano la voce della mamma o del papà o se gli si racconta una favola. Insomma, i feti riescono a malapena a sentire il rumore che proviene dall’esterno. A sfatare il mito che parlare alla pancia delle donne incinte abbia qualche effetto sul feto è uno studio condotto dall’Institut Marquès e presentato presso l’Istituto Karolinska e l’Università di Stoccolma.

• LO STUDIO 
La ricerca sull’udito del feto e sull’effetto della musica all’inizio della vita è stata svolta da Marisa Lopez-Teijón e dalla sua equipe dell’Institut Marquès su pazienti tra la 14ª e la 39ª settimana di gestazione.  La musica utilizzata nello studio era di Johann Sebastian Bach, per essere più esatti, la Partita in la minore per flauto solo – BWV 1013. Per far sì che il feto percepisse con la massima intensità il suono, è stato ideato uno specifico dispositivo per trasmettere musica per via intravaginale: il Babypod che emette onde sonore fino ad un massimo di 54 decibel, cioè il livello di una normale conversazione.

• FETI IN MOVIMENTO
Qual è stata la reazione dei feti nell’ascoltare la musica emessa per via addominale e vaginale? Per capirlo i ricercatori li hanno osservati attraverso un’ecografia (clicca qui per vedere una video-ecografia). L’87% dei feti ha reagito con movimenti della testa e degli arti, della bocca e della lingua, gesti che cessano quando smettono di sentire la musica. Inoltre, con la musica trasmessa per via vaginale, circa il 50% dei feti ha reagito con un movimento sorprendente, aprendo moltissimo le mascelle e tirando fuori completamente la lingua.

• SUONI PERCEPITI DALLA SEDICESIMA SETTIMANA
Sistemando, invece, delle cuffie che emettono musica con un volume medio di 98,6 decibel sull’addome della donna in attesa, non sono stati osservati cambiamenti nelle espressioni facciali del feto. “Con questo studio abbiamo dimostrato che i feti possono sentire dalla settimana 16, quando misurano 11 centimetri, solo se il suono proviene direttamente dalla vagina –  ha spiegato Marisa Lopez-Teijón che ha ricevuto presso l’Università di Harvard il Premio Ig Nobel per la medicina nel campo dell’ostetricia per la scoperta dell’udito fetale. I feti riescono a malapena a sentire il rumore che proviene dall’esterno. Quindi, possiamo dire che il mito di parlare alla pancia delle donne incinte è storia passata”.

•  STIMOLARE IL FETO NEUROLOGICAMENTE
Secondo la ricerca di Institut Marquès con questo sistema ora è possibile stimolare il feto neurologicamente. La stimolazione sensoriale è importante e può iniziare quanto prima possibile. La musica, infatti, attiva l’apprendimento delle lingue. E, come è stato dimostrato, questo apprendimento può iniziare già nel grembo materno

Nasce l’Atlante genetico dei tumori, per individuare terapie più precise

Identificate le 10mila anomalie che li scatenano

E’ PRONTO l’Atlante genetico dei tumori: raccoglie l’identikit di 10.000 anomalie genetiche da colpire e permetterà di ottenere cure più precise. E’ un’impresa colossale, pubblicata in 29 articoli su 4 riviste scientifiche, ed è il frutto di 10 anni di ricerche del progetto internazionale Atlante del genoma del cancro, guidato dagli americani del National Institutes of Health (Nih), che lo hanno finanziato con 300 milioni di dollari.

Dopo aver analizzato i dati genomici e molecolari che caratterizzano 33 tipi diversi di cancro, studiati su oltre 10mila pazienti, è stato messo a punto il primo Atlante del cancro e delle mutazioni che possono caratterizzarlo. Ad annunciarlo sono stati i ricercatori che hanno preso parte alla Pan-Cancer Initiative, una mega-collaborazione lanciata nel 2012 con lo scopo di studiare i tumori da una nuova angolazione, quella molecolare. Il Pan-Cancer Atlas è la mappa più completa del cancro creata fino ad ora. E’ il risultato di uno sforzo americano congiunto tra il National Cancer Institute (NCI) e il The National Human Genome Research Institute (NHGRI). I risultati sono stati raccolti in 27 articoli scientifici diversi, pubblicati su numerose riviste, come Cell, Cancer Cell, Cell Reports e Immunity. Le implicazioni sono importantissime e promettono di rivoluzionare l’approccio terapeutico al cancro. La prima importante conclusione raggiunta dai ricercatori è che i tumori che originano da diversi organi possono condividere aspetti comuni a livello molecolare, mentre i tumori che nascono nello stesso tessuto o organo possono avere profili genomici diversi.

Le informazioni ottenute “possono avere implicazioni cliniche reali”, ha detto Josh Stuart, docente dell’Università della Califarnio di Santa Cruz e organizzatore della Pan-Cancer Initiative. “In alcuni casi, si potranno prendere in prestito pratiche cliniche utilizzate per malattie più note e applicarle a tumori per i quali le opzioni di trattamento sono meno ben definite”, ha aggiunto. I ricercatori hanno dimostrato che tutti i 33 tipi di tumore potrebbero essere riclassificati in 28 sottotipi molecolari diversi, in base al loro patrimonio genetico e cellulare e indipendentemente dal loro sito di origine anatomica. Quasi due terzi di questi sottotipi prima erano considerati eterogenei in base alle caratteristiche istologiche e sarebbero stati quindi trattati in modo diverso.

Già in uno studio precedente gli stessi ricercatori avevano dimostrato che, usando le nuove informazioni, un caso di cancro su 10 verrebbe classificato diversamente con implicazioni sia nel trattamento che negli studi clinici. “Piuttosto che l’organo di origine, ora possiamo  utilizzare le caratteristiche molecolari per identificare la cellula di origine del cancro – ha detto Li Ding della Washington University e il principale scienziato del TCGA – .Stiamo osservando quali geni sono ‘attivati’ nel tumore  e questo ci porta a un particolare tipo di cellula. Per esempio, i tumori a cellule squamose possono insorgere a livello polmonare, vescicale, cervicale e alcuni tumori della testa e del collo. Tradizionalmente abbiamo trattato i tumori in queste aree come malattie completamente diverse, ma studiando le loro caratteristiche molecolari, ora sappiamo che questi tumori sono strettamente correlati. I tumori originati, per esempio, nelle cellule epiteliali che rivestono vari organi sono strettamente correlati, indipendentemente dalla loro posizione”.  Inoltre, nel lavoro, i ricercatori hanno identificato circa 300 geni che guidano la crescita del tumore. E hanno scoperto che poco più della metà di tutti i tumori analizzati hanno mutazioni genetiche che potrebbero essere prese di mira da terapie già approvate per l’uso nei pazienti. Gli scienziati hanno anche raccolto importanti informazioni circa le origini delle mutazioni che portano al cancro, che non sono tutte ereditarie.

“Per i 10.000 tumori che abbiamo analizzato, ora sappiamo – in dettaglio – quali sono le mutazioni ereditate responsabili del cancro e quali sono gli errori genetici che si accumulano quando le persone invecchiano, aumentando così il rischio di cancro”, ha detto Ding. Questo atlante potrebbe dare anche un’importante spinta all’immunoterapia, contribuendo a identificare quali tumori – caratterizzati da determinate mutazioni – possono beneficiare dei cosiddetti inibitori del checkpoint, ovvero farmaci che “sbloccano” la risposta del sistema immunitario contro il cancro. Infine, i risultati del lavoro potrebbero essere utilizzati per riesaminare i dati di precedenti studi clinici. Molte volte, una piccola percentuale di pazienti in un dato studio ha risposto bene a una terapia sperimentale, ma molti altri no e i ricercatori non hanno capito il perchè.
Forse un farmaco non è stato approvato a causa di questi risultati contraddittori, ma alcuni pazienti con determinate mutazioni del cancro potrebbero trarne beneficio. Il nuovo atlante potrebbe rimettere in gioco queste terapie.

“E’ una vera e propria rivoluzione per il trattamento del cancro”, commenta il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università Tor Vergata di Roma. “Grazie a questo Atlante abbiamo la carta d’identità dei tumori e possiamo offrire ai pazienti trattamenti personalizzati. I ricercatori sono riusciti a identificare sia le mutazioni “driver”, quelle che conducono la “macchina” del cancro, che quelle “passenger”, che danno una mano al cancro nel suo progredire. Questo – ha detto Novelli – ci mette nelle condizioni di conoscere le strade percorse dal cancro e ci consente di mettere dei blocchi in più punti per fermare il suo cammino”.

Obesità: tessuti in-vitro per studiarla senza test sugli animali

Obesità: tessuti in-vitro per studiarla senza test sugli animali

 

Attraverso il ricorso a tessuti ingegnerizzati capaci di riprodurre esattamente le funzioni metaboliche delle cellule umane sarà possibile studiare i disordini metabolici dovuti all’eccesso di nutrizione senza ricorrere alle cavie animali.

La metodica, descritta nelle pagine della rivista PlosONe, è stata messa a punto dal gruppo di ricerca del Centro Piaggio dell’Università di Pisa guidato dalla direttrice Arti Ahluwalia, che spiega: «Fino ad oggi, l’uso di modelli animali per lo studio di disturbi metabolici era l’unico metodo esistente. Ma è un metodo con dei limiti perché l’obesità è un disturbo prettamente umano, e dipende dalla dieta e dallo stile di vita e questo è difficilmente riproducibile negli animali, che raramente mangiano più del necessario».

I ricercatori del Centro Piaggio hanno quindi sviluppato un sistema in-vitro composto da più tessuti (grasso, fegato e tessuto vascolare) connessi tramite canali microfluidici per studiare l’insorgere di danni vascolari e segni di infiammazione sistemica legati all’aumento di tessuto adiposo fino a quantità che corrispondono nell’uomo a sovrappeso e obesità. Il risultato osservato è stato che i danni ai tessuti aumentano in modo proporzionale alla quantità di grasso, il che apre la strada per comprendere i meccanismi cellulari che sottendono la risposta dei tessuti all’eccesso di nutrizione.

«Da molti anni ormai – conclude la professoressa Ahluwalia – il Centro Piaggio dell’Università di Pisa è all’avanguardia nello studio di alternative alla sperimentazione animale. Non è una scelta dettata dall’ideologia, ma dall’evidenza sperimentale e dal progresso scientifico, che ci dicono che questa è una strada migliore per avere modelli sempre più precisi dei sistemi biologici, migliorando quindi al contempo le condizioni dell’uomo e degli animali, e approfondendo le nostre conoscenze su come funziona il nostro corpo»

fonte la stampa

L’inferno dei maiali, i video shock negli allevamenti di prosciutto

Girati segretamente in sei stabilimenti dalla Lega anti vivisezione, mostrano animali che vivono in condizioni terribili. Ma il consorzio di Parma replica: nessuno dei nostri 145 produttori è coinvolto

LONDRA – Un’indagine sotto copertura condotta da gruppi animalisti italiani ha rivelato le condizioni “squallide, crudeli e illegali” in cui vengono tenuti i maiali in alcuni mega allevamenti in Lombardia. Si tratta, secondo gli autori dei filmati che certificano la situazione, di grandi fattorie in cui viene prodotto anche il famoso prosciutto di Parma, un salume di eccellenza, conosciuto e venduto in tutto il mondo.

Girati segretamente dalla Lega Anti Vivisezione (Lav), associazione italiana per i diritti degli animali, i video mostrano suini che soffrono lesioni e infezioni, che hanno disperato bisogno di cure veterinarie e in alcuni casi sono troppo deboli per muoversi; insufficienti sistemi di ventilazione e di acqua; strutture sporche e talvolta infestate dai topi; scrofe incinta senza accesso all’acqua; maiali costretti a restare in piedi nelle proprie feci e urine; animali a cui è stata tagliata illegalmente la coda; carcasse di porcellini e di feti abbandonati.

In tutti e sei gli stabilimenti oggetto dell’investigazione, i maiali sono confinati permanentemente al chiuso, in stalle sovraffollate, con pavimentazione di cemento o di legno. Interpellato dall’Independent, che pubblica online foto e film dell’inchiesta, Sean Glifford, portavoce di Compassion in World Farming, un’organizzazione per la protezione degli animali, commenta: “Le condizioni viste in questi allevamenti sono crudeli e in molti casi illecite. I maiali non sono trattati come esseri viventi, ma come macchine per la produzione di carne. Purtroppo questa terribile situazione è tipica della scioccante realtà per molte fattorie di maiali nell’Unione Europea”. L’Eurogroup for Animals, un’associazione animalista continentale, ha recentemente fatto appello alle autorità della Ue e ai singoli stati affinché rispettino le leggi sul welfare  degli animali d’allevamento.

I filmati sono stati girati in fattorie di 10 mila maiali ciascuno nelle province di Brescia, Cremona e Mantova. Il Consorzio del prosciutto di Parma, dal canto suo, ribadisce che nessuno dei suoi 145 produttori associati è mai stato denunciato o condannato per maltrattamento di animali e invita gli autori delle riprese a rendere noti i nomi e a denunciare immediatamente gli allevamenti coinvolti.
Il Consorzio – si legge in una nota – condannerà sempre ogni violazione delle più elementari norme sul benessere animale che rappresentano un atto delinquenziale e intollerabile in una società civile. Allo stesso tempo, è bene rimarcare che il Consorzio ha il compito di vigilare sulla qualità del prodotto e sul rispetto delle norme tecniche presenti nel disciplinare di produzione della Dop, mentre il benessere animale è regolato da una normativa europea e italiana che vale in tutti i Paesi e per tutti i prodotti di origine animale. Tale normativa demanda i controlli al Ministero della Salute che li attua attraverso il Servizio Veterinario locale

e nazionale. In ogni caso – conclude la nota – ribadiamo che non possiamo neppure giustificare chi utilizza la nostra notorietà non tanto per migliorare la condizione degli animali, bensì al solo scopo di ottenere maggiore visibilità mediatica per i propri scoop

Intervista Daniela Dinu

Daniela Dinu

Forza, passione, abnegazione assoluta questa è la ricetta vincente di Daniela Dinu atleta Rumena trapiantata in Italia da oltre dieci anni. Daniela durante una nostra intervista parla dell’inizio della sua carriera e dice: Tutto ebbe anni fa quando presi la decisione di aumentare il volume del mio lato B, poi la passione sfrenata da quel giorno non ho mai smesso di amare questo sport, non ho mai smesso di allenarmi. È così che si presenta la protagonista nell’intervista di oggi, sguardo freddo, sicura di se ma basta poche parole per capire che si tratta di una persona speciale, dolce, passionale con un obbiettivo chiaro in testa. tirinnanzi Pier Francesco

Come ti sei avvicinata a questo sport?

Come hai già scritto sopra un po’ per gioco… Da lì che incominciai il percorso con un personal trainer, nonché un noto preparatore atletico di nome Sergio Daluiso Raganati a qui sarò grata per sempre.

Cosa ti piace di questo sport?

Le cose sono due: o ti piace TUTTO o lasci perdere… ci vuole costanza e perseveranza, occorre molto sacrificio che non tutti sono disposti a fare… e quando dico TUTTO vuol dire dedizione, crederci, la vita sana, l’esibizionismo, il pubblico, la gente che ti apprezza a livello professionale ma anche le “sofferenze” dietro ai risultati come limitarsi a mangiare solo certi alimenti ed allenarsi pesanti … detto ciò, mi piace essere diversa ed evidenziarmi, e questo sport me lo permette a 360 °

Prima di questo sport di cosa ti occupavi?

Sono arrivata giovanissima in Italia perché odiavo i stereotipi della classica ragazza di paese, un immagine che non mi rappresenta, quindi sono stata sempre attenta alle novità per migliorare me stessa, in effetti la mia curiosità mi ha portato a fare un po’ di tutto per mantenermi baby sitter, commessa, ragazza immagine nei locali notturni. 

Cosa puoi dirci della tua dieta?

Non esiste dieta … esiste stile di vita… esiste “preparazione” prima di una gara o servizi fotografici, spot pubblicitari ecc. con delle date prestabilite in base alle esigenze in vista

Cose cambiato dopo anni di questo spot?

Il fisico !!

Il tuo rapporto con lo specchio?

 Lo specchio è il mio miglior amico, andiamo molto d’accordo.

Sei una sognatrice?

Chi non sogna è un morto vivente. Senza sogni non si va avanti. Io sogno in GRANDE !!!

Come ti vedi tra tre anni?

Tra tre anni mi vedo “un po’ ” meglio di adesso (chi vivrà vedrà);

Hai un sogno nel cassetto?

Il mio sogno sono IO !!! Migliorare sempre me stessa e “concretizzare” gli obiettivi proposti.

Questo sport ti ha cambiato le abitudini?

Certo che ha cambiato le mie abitudini… c’è più casino… ma fatte con passione non è un peso. Diciamo che le abitudini si “modellano” in base alle esigenze di ogni giorno

 

 

tirinnanzi Pier Francesco

tirinnanzi Pier Francesco

tirinnanzi Pier Francesco